Fumare fa male, su questo non ci piove. Fin dall’epoca dello sbarco della pianta del tabacco e della successiva e graduale diffusione del tabagismo nel continente, i gravi danni causati dal fumo non sono mai stati completamente sconosciuti: già nel 1604, Giacomo I, re d’Irlanda, Scozia e Inghilterra, pubblicò A Counterblaste to Tobacco (Una controffensiva al tabacco), con l’obiettivo di denunciare gli effetti negativi del consumo della pianta. In questo scritto, egli decretava con decisione che il fumo costituisce un’abitudine “detestabile agli occhi, disgustosa al naso, nociva per il cervello, pericolosa per i polmoni”.
Nonostante l’esplicita avversità del sovrano e il continuo aumento delle tariffe d’importazione del tabacco, il fumo continuò a diffondersi nel regno, portando all’introduzione di quella che, ancora oggi, è la più diffusa forma di lotta al tabagismo: il monopolio di Stato, con pesanti tasse sul consumo e sulla vendita di prodotti legati al fumo. Attualmente, infatti, quasi tutti i paesi, per estirpare questo vizio, aumentano, chi più e chi meno, i prezzi di sigarette (tradizionali, elettroniche o riscaldate), sigari e tabacchi. Tuttavia, quella che sembra essere una scelta indirizzata dallo Stato al benessere dei cittadini, oltre a essere fondamentalmente ipocrita, nasconde una matrice estremamente classista e paternalista.

Tutela della salute o paternalismo di stato?
La retorica più utilizzata per difendere e giustificare i continui aumenti di prezzo dei prodotti contenenti nicotina è quella di sovrapporre un aspetto fattuale a uno morale: il tabacco e i suoi derivati, in quanto dannosi per l’organismo, vengono presentati come intrinsecamente sbagliati e, dunque, moralmente deplorevoli. Tuttavia, questo principio di paternalismo statale è innanzitutto contraddittorio rispetto alla forma dello stato liberale, che dovrebbe garantire le libertà decisionali dei singoli in primis sul proprio corpo e sulla propria salute. Anche ammettendo che fumare sia sbagliato in virtù della sua natura dannosa, si cade comunque in contraddizione: lo Stato, che disincentiva la vendita di prodotti legati al fumo in quanto lo considera sbagliato, rimane comunque l’unica entità che di fatto può commerciarli: insomma, predica bene, ma razzola male. Perciò, la colpevolizzazione legata al fumo non fa altro che colpire persone che, come messo in evidenza dall’OMS, soffrono di una dipendenza patologica dalla nicotina, di fatto banalizzando un fenomeno psicologico estremamente complesso e ignorando l’urgenza un aiuto concreto facendo invece leva sul senso di colpa.

Il classismo delle politiche antifumo
Un ulteriore aspetto, forse ancora più grave, è il pesante classismo che si cela dietro all’aumento dei prezzi dei prodotti da fumo: esso, infatti, va a colpire in maniera nettamente sbilanciata le classi meno abbienti. Secondo un sondaggio del Ministero della Salute il fumo di sigaretta “disegna un gradiente sociale significativo, coinvolgendo molto di più le persone con difficoltà economiche (36,2% vs 21,5% fra chi non ne ha) o con bassa istruzione (25,8% fra chi ha al più la licenza elementare vs 18,2% fra i laureati)”. Siccome la scarsa istruzione è spesso legata a situazioni socio-economiche più svantaggiate, è molto facile immaginare come questa dinamica nasconda una matrice classista: innanzitutto, il numero materiale di fumatori poveri colpiti è più alto rispetto alle loro controparti più fortunate; in secondo luogo, un aumento del prezzo del tabacco impatta di più, in percentuale, sul denaro che hanno a disposizione.
Lo Stato, quindi, impone di fatto un ricatto senza via di uscita: infatti, da una parte, se un fumatore non riesce a liberarsi della dipendenza esclusivamente attraverso l’aumento della pressione fiscale, si impoverirà; se invece smette di fumare a causa della spesa insostenibile, non lo fa seguendo il proprio libero arbitrio, avendo l’intenzione di smettere, ma cedendo a un’imposizione economica. In ogni caso, però, questa coercizione non tocca i tabagisti più abbienti.

Che fare?
È indubbio che le politiche antifumo statali necessitino di una revisione e di un aggiornamento: è opportuno, infatti, muoversi in maniera efficace per ridurre i fumatori, non tanto per la “malvagità” del gesto, quando per l’impatto psico-patologico della dipendenza sulla persona e sulla sua libertà d’azione. La dipendenza, infatti, per definizione piega la volontà dell’individuo, che perde il controllo sull’utilizzo di una sostanza, in questo caso il tabacco. Ciò non significa che fumare vada bandito e neppure che si debba ragionare (come ora accade) in termini puramente utilitaristici: questo, infatti, riduce una complessa dinamica psicologica e sociale, di cui forse non conosciamo neppure i funzionamenti più profondi, al un mero ragionamento dogmatico del tipo “fumare = male, quindi tutto è lecito per fare smettere di fumare, anche violare l’individuo e la sua sfera psicologica”. Proporre una soluzione davvero efficace è difficile, se non impossibile, ma probabilmente questa dovrebbe tenere conto in misura maggiore della psicologia del fumatore, all’individuo che inizia a fumare o vuole smettere. Solo in questo modo si potrà ancora nutrire la speranza di comprendere il problema alla radice, per poi tentare davvero di debellarlo, senza tamponare con coercizioni momentanee.

Fonti
Ministero della Salute: https://www.salute.gov.it/new/it/tema/fumo-prodotti-del-tabacco-sigarette-elettroniche/tabagismo/?hl=it-IT
Il legame tra bassa istruzione e povertà va considerata un’emergenza, Openpolis: https://www.openpolis.it/il-legame-tra-bassa-istruzione-e-poverta-va-considerato-unemergenza/
Questa ignobile usanza del tabacco, Biblioteca Online Watchtower: https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/101990525




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