Nina Hagen: la folle madrina del punk

Cantante berlinese, attrice, figlia d’arte ma soprattutto “madrina del punk”, Nina Hagen è nota grazie alla fusione tra canto lirico e rock, che l’ha resa una delle artiste più uniche e sperimentali della sua epoca.

La vita nella Berlino Est

Nina Hagen, pseudonimo di Catharina Hagen, nasce nel 1955 in una famiglia dove arte e cultura sono praticamente di casa: figlia della cantante Eva-Maria Hagen e dello scrittore Hans Oliva-Hagen, cresce circondata dalla musica e dagli stimoli creativi dei genitori, che, però, divorziano quando lei ha appena due anni.

La musica entra molto presto nella sua vita, Nina inizia infatti a studiare canto lirico fin da giovanissima e a 11 anni frequenta regolarmente corsi di canto e recitazione nella Berlino Est. Le sue capacità vocali non passano inosservate: grazie a un’estensione di ben tre ottave, viene considerata un vero prodigio del canto lirico.

A 17 anni arriva il primo brano destinato a lasciare il segno: Du hast den Farbfilm vergessen, traducibile come Hai dimenticato di prendere il rullino a colori. Dietro il titolo, apparentemente innocuo, si nasconderebbe una critica tutt’altro che velata alla realtà della Repubblica Democratica Tedesca.

Nel 1976 arriva una svolta decisiva: il patrigno, Wolf Biermann, viene espatriato nella Germania Ovest e Nina decide di seguirlo. Qui, viene scoperta dalla casa discografica CBS, ma prima di iniziare a produrre musica, Hagen fa una deviazione a Londra, proprio nel momento in cui la scena punk sta esplodendo: sono gli anni dei Sex Pistols e degli Slits, di una musica che rifiuta le regole e trasforma la provocazione in una vera e propria forma d’arte.

Per Nina è un incontro fondamentale: il punk sembra fatto su misura per il suo carattere irriverente e per la sua voglia di sperimentare.

Rientrata in Germania, fonda la Nina Hagen Band insieme ad alcuni membri dei Lokomotive Kreuzberg, noto gruppo rock tedesco. Il risultato è il suo primo album eponimo, Nina Hagen Band, che le permette di conquistare rapidamente un pubblico sempre più ampio e di ottenere un successo anche fuori dai confini tedeschi.

Ma per la Hagen, la parola “fermarsi” sembra non esistere: si trasferisce negli Stati Uniti e conquista una nuova notorietà grazie all’album NunSexMonkRock. Tra le tracce, spiccano brani come Dr. Art e Smack Jack, che affrontano temi crudi e personali come la perdita e la tossicodipendenza di Ivar Vičs, ex-fidanzato e artista di graffiti. Dalla loro relazione nasce Cosma Shiva, un nome che sembra già raccontare molto della personalità della madre: Cosma, in ricordo dell’UFO che affermò di aver visto durante la gravidanza, e Shiva, in omaggio alla sua fede induista e al misticismo orientale.

Da questo momento, la carriera di Nina Hagen diventa sempre più sperimentale. La cantante sembra avere un rapporto piuttosto rilassato con le regole del mercato musicale e preferisce seguire la propria curiosità, anche quando questo significa allontanarsi dalle formule più commerciali; ne è un esempio l’album Fearless, prodotto da Giorgio Moroder, così come Om Namah Shivay, album interamente scritto in lingua sanscrita e composto da bhajan, tipici canti devozionali induisti.

Punk, canto lirico, spiritualità, provocazione e sperimentazione: nella musica di Nina Hagen convivono mondi apparentemente lontanissimi. Ed è proprio questa sua capacità di non lasciarsi incasellare a renderla una figura unica e imprevedibile. Più che seguire le mode, Nina Hagen ha sempre preferito crearne di proprie, trasformando la sua carriera in un viaggio continuo fuori dagli schemi.

Dagli USA alla Germania: il punk tedesco

La prima canzone del primo album di Nina è TV-Glotzer, cover di White Punks on Dope della band californiana Tubes. Più che una semplice rivisitazione, il pezzo sembra voler rispondere a una domanda precisa: come si fa a fare punk in tedesco nella Germania Est? La risposta di Nina è semplice e geniale: prendere una canzone americana e riscriverla a partire dalla propria quotidianità, trasformandola in una fotografia della vita oltre la Cortina di Ferro.

I Tubes cantavano:

Other dudes are living in the ghetto / but born in Pacific Heights don’t seem much betto.

Un’immagine che aveva poco a che fare con la realtà della Germania dell’Est, dove i “ghetti” e i quartieri per ricchi non erano il principale problema della popolazione.

Nina allora cambia completamente prospettiva: il celebre “we’re white punks on dope” viene sostituito da un più prosaico e irresistibile “Ich schalt die Glotze an”, “accendo la televisione”. Al centro del brano c’è così una ragazza annoiata davanti alla TV, raccontata attraverso il linguaggio quotidiano e persino dialettale tedesco: “Ick hänge rum”, cioè “me ne sto qui, mi rilasso”.

È soprattutto con la voce che Nina si diverte a sperimentare. In TV-Glotzer non sfrutta fino in fondo la sua notevole estensione di tre ottave: preferisce trasformarsi in una sorta di caricatura di un presentatore televisivo, esasperandone e deformandone il tono fino a renderlo quasi grottesco. Fin dall’inizio proclama: “Alles so schön bunt hier”, “qui è tutto così meravigliosamente colorato”. Una frase destinata a diventare la più celebre del brano e persino un’espressione entrata nel linguaggio colloquiale tedesco.

Dietro quell’apparente entusiasmo, c’è una buona dose di ironia. Il “meravigliosamente colorato” allude ai pochi canali televisivi a colori accessibili nella Germania Est: in un contesto in cui le occasioni di svago sono limitate, accendere la televisione sembra diventare quasi l’unica forma di intrattenimento possibile per una parte della gioventù. E Nina spinge ancora più in là la provocazione: la televisione viene descritta come una vera e propria droga. “TV is ne Droge. TV macht süchtig”, “la TV è una droga. La TV crea dipendenza”.

Così, dietro il ritmo scanzonato e la voce volutamente sopra le righe, TV-Glotzer finisce per raccontare qualcosa di molto più serio: una generazione seduta davanti allo schermo, affamata di colori, mentre la televisione diventa allo stesso tempo passatempo, evasione e oppio quotidiano. Nina non si limita quindi a importare il punk americano: lo prende, lo mastica e lo risputa in tedesco, adattandolo alla realtà che ha davanti agli occhi.

Serena Spirlì

Fonti

‘White punks on dope’ in Germany, Moritz Baßler, ultima consultazione 11 agosto 2026, link: https://www.uni-muenster.de/imperia/md/content/germanistik/lehrende/lehrende/bassler_m/whitepunksondope.pdf 

Onda Rock, Andrea Arcidiacono, ultima consultazione 11 agosto 2026, link: https://www.ondarock.it/speciali/visionia33giri-ninahagen-nunsexmonkrock/

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