Prospettiva critica sul “Dizionario delle tristezze senza nome” di J. Koenig

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Da qualche anno circola online una curiosa serie di neologismi: si tratta del lavoro svolto da John Koenig – scrittore, grafico, doppiatore e videomaker – che ha coniato più di duecento nuovi termini per descrivere svariate emozioni umane ancora senza nome.

Alcuni si sono diffusi in modo significativo. È il caso di «sonder», la «consapevolezza che ognuno di noi ha una storia», poi utilizzato nel marketing di vari brand e come titolo di brani musicali; o di «anemoia», la «nostalgia per un tempo che non hai mai vissuto», a cui la nostra redattrice Chiara D’Amico ha dedicato questo articolo.

In questa sede si svolge un’analisi dei risultati complessivi di Koenig, scomponendone il modus operandi e le tendenze creative.

Introduzione al metodo

Il Dizionario delle tristezze senza nome è un’opera di pianificazione linguistica, il campo di studi che si occupa di modalità e metodi per alterare deliberatamente il repertorio linguistico di una comunità. Rientra nella sociologia del linguaggio e del contatto, oltre che nella sociolinguistica.

L’obiettivo è dare un nome a sentimenti e situazioni forse assai più comuni di quel che si pensa, ma che finora non hanno avuto parole capaci di identificarli con semplicità. Per fare ciò, Koenig trae ispirazione da contesti linguistici, semantici e storici molto vari tramite i quali cattura significati specifici. In termini di struttura, ogni neologismo presenta una definizione talvolta seguita da una sezione narrativa di prosa poetica.

L’intrigante esperimento può dirsi riuscito: il Dizionario contiene poco meno di duecentoquaranta espressioni e, sebbene molte rimangano più esercizi di stile che termini utilizzabili nell’effettivo, alcune formule spiccano e restano impresse.

Esempi e giudizi

Il modus operandi principale di Koenig è la fusione di più parole. «Galagog», ad esempio, mette insieme “galaxy” e “agog” per indicare l’essere «rapito e turbato dalla vastità del cosmo», notando quanto le proprie preoccupazioni possano apparire «ridicolmente bislacche» ma anche «incredibilmente rare».

La stessa operazione è compiuta anche fra lingue diverse: «morii» unisce il latino memento mori e il portale torii giapponese per indicare «il desiderio di catturare un’esperienza fugace». Qui la spiegazione ha a che fare con la nozione di fotografia, che — si noti —è totalmente esterna alla sfera emotiva presa di per sé.

Questo è forse il limite principale del lavoro di Koenig: talvolta i termini coniati includono un sottotesto storico-ideologico che ne mina la pretesa di universalità assoluta. Nella definizione di «heartmoor», unione di “heart” (cuore) e “moor” — legare la barca a un dispositivo di ancoraggio — l’autore descrive il desiderio atavico di tornare a casa e trovare una mensa dove ascoltare

«storie di un’epoca in cui gli individui potevano ancora fondersi in una personalità collettiva e non semplicemente galleggiare isolati, senza un’àncora».

È evidente il giudizio critico sul presente della società implicito in questa narrazione.

Sovrascrivere o aggiungere accezioni

Lo si vede bene in quel gruppo di termini che inventa usi del tutto nuovi di parole già esistenti. È il caso di «ballagàrraidh» —dal gaelico scozzese balla gàrraidh, “giardino murato” — che rappresenta «la consapevolezza che nella natura selvaggia non sei a casa tua». Nella descrizione si fa riferimento all’Eden, la cui nozione viene data per scontata quasi fosse innata in ogni essere umano — e non si può dire che lo sia!

Altrove l’innesto concettuale è più immediato, ma comunque arbitrario. Il neologismo «ironsick» riprende e amplia “iron sick“, terminologia nautica che descrive la circostanza in cui «i chiodi di ferro di una vecchia nave diventano completamente arrugginiti, consentendo all’acqua di mare di infiltrarsi nello scafo di legno», per indicare il

«sentirsi svuotato dall’eccessiva esposizione alla moderna tecnologia […]».

Spesso parole di diverse lingue vengono semplicemente impiantate nell’inglese, creando espressioni poco originali. È il caso di «ecsis»,

«l’ossessionante sensazione di mistero che permea alcuni dettagli casuali e ti invita a chiederti come abbiano fatto ad arrivare fin qui, in questo momento».

L’ispirazione proviene «dall’indonesiano eksist: esistere, essere», e ciò porta a chiedersi se fosse necessario utilizzare un verbo indonesiano che non suona poi così diverso dall’inglese to exist.

Le comiche

Talvolta è l’autore stesso a non prendersi troppo sul serio, coniando neologismi volutamente simpatici. È il caso di «wollah», storpiatura del francese “voilà” che indica «qualcosa che hai frainteso per anni senza saperlo», e «occhiolism», dall’italiano “occhiolino”, con cui s’intende il «percepire la cartoonesca limitatezza dei propri sensi».

Alcuni neologismi giocano con acronimi, come «thwit» (The Hell Was I Thinking?) per indicare «una fitta di vergogna quando un ricordo imbarazzante dell’adolescenza ti torna in mente all’improvviso», anche se nessun altro lo ricorda.

Qual è il senso?

Resta la domanda di fondo: perché prendersi la briga di inventare parole nuove dal nulla? Forse il motivo più che etimologico è comunitario: è una forma di espressione, un tentativo di condividere realtà emotive non facili da descrivere. Se la parole funzionano e saranno usate, ben venga; altrimenti resterà un gioco come altri, non per questo meno valido.

È la posizione di Koenig, che nelle postfazioni del Dizionario, racconta di aver compreso la natura del proprio lavoro solo dopo la diffusione di sonder, quando ha iniziato a ricevere messaggi dai suoi lettori.

In coda all’edizione italiana, il curatore Enrico Galiano prosegue il lavoro e conia termini come «ralleggere», «mareviglia», «sprecanza» e «violenzio»; anzitutto perché è divertente, ma soprattutto poiché

«ogni parola che nasce è una conquista: è uno spicchio di buio che si tinge di luce. Ma non solo: le parole sono potentissimi amplificatori di emozioni».

Seguendo questo stesso spirito, si propongono tre neologismi inediti, restando fedeli allo stile di Koenig.

  • Quasintreccio, s. Legame con fondamenta solide abbastanza da poter diventare amore romantico, ma ostacolato da circostanze tanto semplici quanto inamovibili, pertanto destinato a restare un’amicizia sentita. Fusione di “quasi” e “intreccio“.
  • Afformazione, s. Atto di rottura, spesso adolescenziale, individuato da una modifica determinante del proprio aspetto fisico che porta quest’ultimo a corrispondere di più al proprio sentire interiore. Unione di “affermazione” e “formazione”.
  • Tenebrezza, s. Brivido da pelle d’oca che si prova quando si sta in un posto fresco, soli nella notte; quando tutto il mondo sembra dormire, e si passeggia nel silenzio con addosso una felpa morbida e accogliente. Fusione di “tenebre”, “brezza” e “tenerezza”.

L’unico limite è la propria immaginazione. E se dare un nome alle cose è già di per sé un gesto poetico, lo si può fare in ogni modo. Anche, perché no, proprio con una poesia. D’altronde, come scrive Steven Wright in apertura al libro:

«Ho letto il dizionario. Ho pensato fosse una poesia su ogni cosa».

Emanuele Pilan

Fonti

Iannàccaro Gabriele, Treccani, Enciclopedia dell’Italiano. 2011, ultima consultazione: 08 dicembre 2025, link: https://www.treccani.it/enciclopedia/pianificazione-linguistica_(Enciclopedia-dell’Italiano)/

Koenig John, Il dizionario delle tristezze senza nome (The Dictionary of Obscure Sorrows), trad. di Donatella Rizzati, a cura di Enrico Galliano, Mondadori, Milano, 2023

Mondadori, John Koenig, ultima consultazione: 08 dicembre 2025, link: https://www.mondadori.it/autori/john-koenig/

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