Università da Favola

C’era una volta una matricola.
All’inizio della sua avventura universitaria, la prima cosa che dovette imparare fu la strada per arrivare alla sua sede o, più nello specifico, alle aule giuste. Infatti, neppure Pollicino, con la sua scia di molliche, sarebbe stato in grado di ritrovare il percorso al primo colpo: né la via di casa (insomma, lasciare delle briciole di pane in giro per Torino/Milano/Genova/GrandeCittàIpotetica non mi sembra proprio una furbata, tra passanti, tram, autobus e piccioni), né il percorso tra le varie aule, che sarebbe comunque stato spazzato via dai passi frenetici di altri studenti, in panico come lui all’idea di essersi miseramente persi.
Dopo aver vagato a lungo e senza sosta (le cose che vide sono inenarrabili ai comuni mortali), trovò l’aula di destinazione. L’intuito l’aveva fornito solo di una penna, una matita, una gomma e un quaderno.
Il fato fece in modo che queste cose non bastassero.
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Ci sarebbe voluto uno scudo per fronteggiare la massa di studenti inferociti che fuoriuscì dall’aula, una spada per fendersi il passaggio verso un posto decente e un bianco destriero (questo in realtà non sarebbe servito a nulla di particolare, ma ci sarebbe stato bene, no?).
Il nostro eroe, un po’ ammaccato, riuscì finalmente a sedersi, semi-sconfitto nel fisico, ma non nell’animo.
Impugnò la penna e aprì il quaderno, intenzionato a prendere appunti. Guardò fisso davanti a sé. La creatura uscì dall’antro. Il professore era giunto in aula.
‘Buongiorno e benvenuti’.
Spalancò le fauci e cominciò la lezione.
Ruggì formule matematiche e algoritmi, graffiò sulla lavagna un grafico sull’andamento economico europeo, sparò slide sul diritto assirobabilonese, tutto questo spiegando, ovviamente, in Cinese Mandarino.
La sua furia infine si placò: ‘Arrivederci’ ed uscì dall’aula.
La matricola si era segnata tutto, non mancando neanche una virgola, non curandosi del fatto che il suo corso di laurea era in Filosofia e che quelle materie nulla avevano a che vedere col suo programma.
Uscito dall’aula insieme alla massa contro cui aveva lottato per entrare, cercò di riassestarsi i vestiti e riprendere fiato. Fino a che non fu travolto dall’altra orda di studenti che ‘scalpitavano’ all’idea di cominciare una nuova lezione nell’aula che aveva appena lasciato alle sue spalle.
Continuò così a vagabondare in aule diverse, a subire attacchi didattici e a essere travolto a ogni inizio e fine di lezione.
Ve ne furono molte, di lezioni.
Innumerevoli.
E infinite.
Ma il nostro eroe perseverò ogni giorno del semestre.
Si recò puntualmente a ogni corso, venne investito con regolarità dai suoi colleghi e affrontò con coraggio ogni argomento che gli venne scagliato contro.
Finì il semestre e, così, con la gioia della fine, subentrò l’ansia degli esami imminenti: la mezzanotte di Cenerentola. L’incubo di ogni studente.
Ma ciò non era rilevante.
La matricola aveva combattuto con onore e l’importante erano gli appunti.
Lo erano.
Ma dov’erano finiti?
Il nostro eroe frugò in ogni dove.
Provò a guardare a casa: sotto il letto, nell’armadio, dentro il forno, nella credenza, sul balcone, sotto il cuscino, ma niente.
Provò all’università, di cui ormai padroneggiava (più o meno) la disposizione, ma fu il nulla anche lì.
La disperazione lo colse.
Anche Cenerentola, alla fine della sua festa, aveva perso una scarpetta.
Lei, però, non aveva ciò che ha oggi a disposizione ogni matricola universitaria: internet.
La matricola cominciò a digitare annunci e richieste di aiuto sul suo profilo e su quelli di ogni disgraziato che fosse collegato a lui, intasò la bacheca del gruppo della sua facoltà (sì, perché questa storia risale al remoto tempo in cui ancora esistevano le facoltà) e attese con impazienza, senza dormire o riposarsi in alcun modo, anche se questo, forse, fu perché era entrato anche lui nella spirale della droga che ogni studente prima o poi intraprende: il caffè (che è comunque meglio di qualsiasi mela avvelenata, a ben vedere).
Nulla comunque vi fu da fare.
Gli appunti erano ufficialmente dispersi (posso dire, ai più ansiosi, di non preoccuparsi. La nostra matricola li ritroverà. Dopo la sessione, ovviamente).
Il nostro eroe, così, estrasse l’ultima arma che gli restava: il portafoglio.
Sborsò un cospicuo gruzzolo e comprò gli appunti da uno dei veterani, che da sempre guadagnano sulle sbadate abitudini delle matricole.
Era giunto il tempo dello studio, del caffè (tanto caffè) e della disperazione.
La nostra matricola lottò, come sempre, con tutte le sue forze, ma come tutti sanno, nulla può fermare il tempo, soprattutto se esso è scandito dall’arrivo imminente di un esame.
La matricola si addentrò nella sessione.
Un bosco ricco di insidie e lupi a ogni angolo, o meglio, a ogni appello, pronti a mangiarti la nonna.
No, scherzo.
Al massimo a mangiarti le interiora.
No, neanche.
Diciamo pronti a molte cose e soprattutto a chiederti ogni singolo paragrafo del programma assegnato.
Ma questo la matricola lo sapeva.
E infatti vi giunse preparato.
Non vi so dire quanti esami diede, né quanti ne passò.
Ma questo non è importante per la nostra storia.
Questa, infatti, è una storia universale. Sia per le matricole che passano gli esami, sia per quelle che non li passano.
Perché, sapete una cosa?
Alla fine, anche se la nonna e Cappuccetto Rosso vengono mangiate dal lupo, arriva il cacciatore a sbudellarlo.
E che schifo.
Ma tutto può avere un lieto fine (strano a dirsi, anche gli esami).
E proprio per questo, la nostra matricola ci insegna che l’università è una favola (piena di insidie, okay), ma sta a noi costruirci il tanto agognato ‘felici e contenti’.
Sperando che la parola al termine di questa storia non sia ‘Fine’, ma ‘Laurea’.

Veronica Repetti

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. alefava97 ha detto:

    Complimenti Veronica!

    Liked by 1 persona

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