Visualizzato per ore. Poi il nulla. Nessun messaggio di addio, nessuna spiegazione, nessuna lite furiosa. Solo un vuoto cosmico avvolto in una doppia spunta blu o in una chat di Instagram che lentamente scivola verso il fondo dello schermo.
Se un tempo per lasciare qualcuno, o anche solo per allontanarsi da un amico diventato pesante, bisognava inventare scuse assurde (come il classico “Non sei tu, sono io“ o il filosofico “Ho bisogno di ritrovare me stesso“), oggi basta un gesto più pigro: non fare assolutamente nulla.
Ma come siamo passati dal dramma del confronto all’evaporazione digitale? Perché la soglia di tolleranza all’interazione umana si è abbassata al punto da preferire il silenzio di tomba a un banale “no, grazie”?
Cosa significa “ghosting”?
Il termine viene dall’inglese ghost, che significa “fantasma” e indica l’atto di sparire improvvisamente dalla vita di una persona, interrompendo ogni forma di comunicazione digitale senza dare alcun tipo di spiegazione.
Non si risponde alle chiamate, si ignorano i messaggi e, nei casi più drastici, si arriva addirittura a bloccare l’altra persona sui social. Chi lo subisce si ritrova davanti a una sorta di muro di silenzio, mentre chi lo fa si dematerializza nel nulla, come un fantasma.

Psicologia del “ghosting”: le relazioni nell’era dello smartphone
Il ghosting non è semplicemente un picco di maleducazione generazionale. Al contrario, è il sintomo di come la tecnologia abbia “hackerato” la nostra capacità di gestire l’emotività.
Aprirsi con qualcuno o gestire un rifiuto richiede uno sforzo. Richiede il coraggio di guardare lo schermo, anticipare il sentimento dell’altro e, soprattutto, gestire quel momento di disagio interiore che ci fa sentire “i cattivi della situazione”.
Il ghosting, al contrario, è l’equivalente emotivo del lanciare una bomba e scappare mentre nessuno guarda. Le interfacce delle applicazioni che usiamo ogni giorno ci hanno educati all’idea che le persone siano come i cataloghi delle piattaforme di streaming. Se una serie TV inizia a annoiarci dopo venti minuti, non le mandiamo una mail di recensione per spiegare cosa non ha funzionato: semplicemente passiamo ad altro. Il problema sorge quando applichiamo la stessa logica a un essere umano che, dall’altra parte dello schermo, rimane appeso a un punto di domanda.
Zygmunt Bauman e il concetto di “amore liquido”
Per capire davvero la psicologia del ghosting, dobbiamo tirare in ballo il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. È stato proprio lui a coniare il termine “modernità liquida” per descrivere una società in cui tutte le strutture, dalle istituzioni ai legami affettivi, hanno perso la loro solidità. Nella nostra epoca, nulla è concepito per durare, tutto si consuma e si ricicla rapidamente.
Quando Bauman parlava di “amore liquido“, descriveva esattamente il paradosso dei nostri vent’anni. Da un lato desideriamo disperatamente una connessione autentica con qualcuno; dall’altro lato, però, siamo costantemente terrorizzati dalla possibilità che questa connessione possa chiederci in cambio un pezzo della nostra libertà.
Ci connettiamo con un follow, ci validiamo a vicenda con i like e ci disconnettiamo con il silenzio. Il ghosting è la massima espressione di questa liquidità: è un legame che si scioglie senza lasciare tracce solide, ma solo con un’assenza ingombrante.
Byung-Chul Han: l’altro ridotto a profilo social
Un altro filosofo contemporaneo, Byung-Chul Han, analizza nei suoi saggi come la digitalizzazione abbia progressivamente eliminato l’alterità, la presenza reale dell’altro.
Quando interagiamo attraverso un telefono, non abbiamo davanti una persona in carne e ossa, con i suoi sguardi, i suoi silenzi imbarazzanti e la sua complessità che la rendono unica. Abbiamo davanti la sua rappresentazione digitale: una chat e una foto profilo esteticamente curata.
L’altro si smaterializza, diventando così un oggetto puramente bidimensionale. A questo punto, disfarsi di un oggetto piatto è psicologicamente più facile. Non c’è empatia proprio perché manca il corpo e l’impatto del volto. Se non vediamo gli occhi che si incupiscono quando decidiamo improvvisamente di sparire, la nostra coscienza rimane pulita, protetta dal vetro del telefono. Il ghosting riduce il prossimo a un fantasma ben prima che il silenzio arrivi.
L’effetto boomerang: siamo tutti spettri
Il vero paradosso di questa dinamica è che il ghosting è democraticamente spietato. Chi oggi “ghosta” con la leggerezza di chi chiude una scheda del browser, domani si ritroverà a fissare il vuoto di una chat, domandandosi dove ha sbagliato.
È un circolo vizioso che genera una costante ansia sociale. Viviamo con la consapevolezza che ogni legame, per quanto intenso possa sembrare tra un vocale di cinque minuti e un meme condiviso, può essere interrotto unilateralmente e istantaneamente con un semplice ghost.
Ci spacciamo per una generazione iper-connessa, capace di parlare di salute mentale, inclusività ed empatia, eppure crolliamo davanti all’esame più elementare della maturità emotiva: prenderci la responsabilità di un rifiuto.
In un mondo di spettri digitali che vagano tra una chat archiviata e un profilo bloccato, il vero atto di ribellione non è essere misteriosi o irraggiungibili. Il vero punk oggi è l’onestà. Avere il coraggio di scrivere quel messaggio scomodo, di dire semplicemente “mi spiace, ma no”.
Deborah Solinas
Fonti
Baiardo Bruni Samantha, “Ghosting, Breadcrumbing, Paperclipping…le relazioni che non decollano nell’era moderna”, dottoressabaiardobruni.it, 13 maggio 2022, ultima consultazione: 02 giugno 2026, link: https://www.dottoressabaiardobruni.it/2022/05/13/ghosting-breadcrumbing-paperclipping-le-relazioni-che-non-decollano-nellera-moderna/
Portello Mauro, “Le non cose / Byung-Chul Han, come abbiamo smesso di vivere il reale”, Doppiozero, 10 maggio 2022, ultima consultazione: 03 giugno 2026, https://www.doppiozero.com/byung-chul-han-come-abbiamo-smesso-di-vivere-il-reale




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