Intervista al direttore. Un incontro con il professor Panero

Un grande amore per il proprio lavoro, fiducia nei confronti dell’Università italiana, interesse nei confronti di diversi aspetti culturali, grande entusiasmo per il nostro progetto e un forte senso critico rispetto a moltissimi argomenti di attualità: questi sono alcuni degli elementi emersi durante l’intervista a Francesco Panero, docente di Storia Medievale e direttore del dipartimento di Lingue presso l’Università degli Studi di Torino.
Disponibilità e professionalità. Così ci ha accolto il docente che, oltre a commentare la situazione dell’Ateneo, ha parlato con noi di cinema, letteratura, storia e molto altro. Un parere autorevole e concreto, una visione ottimistica ma pur sempre molto realistica della situazione contemporanea, per la prima intervista di “The Password”.

1. Professore, cosa pensa del nostro progetto? Perché fino ad ora non è esistito un giornale di studenti per studenti, all’interno dell’università di Torino?

Questa è una domanda da cento milioni di dollari! Innanzi tutto io non so se ci sia o meno, non lo escludo. Certo è che gli studenti sono molto impegnati tra lo studio, le lezioni e gli esami e questo, già di per sé, potrebbe essere un motivo. In realtà, l’esperienza universitaria va al di là di corsi ed esami: è un esperienza di vita. Perciò ci deve essere qualcuno che faccia da batti strada, che apra a questa possibilità. Quindi, per evitare che le attività degli studenti al di fuori dei corsi si limitino a quelle sportive, è un bene che ci sia una rivista culturale dove il dibattito viene dai giovani. Se non c’è, è tempo di farlo. Avete scelto il momento migliore per iniziare questo progetto. Ritengo inoltre che la sede del web sia quella giusta, perché il cartaceo ormai non è più un mezzo idoneo per la diffusione e la trattazione di argomenti culturali, così oltre a ridurre i costi, si amplia notevolmente anche il target di visualizzazioni.

2. Professore, crede che in futuro il dipartimento potrebbe ritenere il nostro progetto degno di attribuzione di crediti?

Se sarete in grado di fornire elementi di garanzia di serietà e obbiettività, che vengono richiesti ad una rivista che possa poi direttamente affacciarsi sul sito web dell’ateneo, secondo me sarebbe una cosa positiva. Certo è che dovete partire bene. Non credo che una rivista che pubblica articoli polemici possa fare colpo su una commissione ipoteticamente incaricata di giudicare un eventuale collaborazione; invece un giornale che pubblica articoli propositivi e costruttivi, anche critici sicuramente, ma non polemici, potrà avere un futuro, forse anche collaborando con l’università.
Dal mio punto di vista, sarebbe fattibile, nel momento in cui la serietà della vostra pubblicazione sarà accertata, rendere il lavoro di redazione attribuibile di crediti, come un qualsiasi altro tirocinio.
Questo è ciò che penso io. Magari la mia opinione verrà contraddetta da altri, ma sono convinto che questa possa diventare un’esperienza positiva.

3. Siccome The password si occupa soprattutto di cultura, la domanda è d’obbligo: qual è il suo autore preferito?

Ne cito due. Il primo, senza dubbio, è Alessandro Manzoni, padre della nostra lingua, anche se tanto odiato dagli studenti, costretti a leggere “I promessi sposi”. Il secondo, vi stupirà forse, è Ken Follett. Mi diverte molto questo autore. Ho letto“I pilastri della terra” quasi per gioco, ma ho potuto notare che, oltre alle qualità letterarie che i miei colleghi di letteratura sarebbero in grado di giudicare meglio di me, nei suoi scritti, essendo tutti romanzi storici, c’è alle spalle una notevole ricerca storica. Essendo io stesso professore di storia medievale, ma anche da semplice lettore, non ho potuto fare a meno di apprezzare questa accuratezza e ricercatezza di particolari storici nella trilogia, veramente impegnativa, di Follett.
A dire la verità, però, il mio tempo per la lettura di piacere è molto ristretto e si limita, per lo più, a letture professionali.

4. Se potesse scegliere, in quale epoca storica le piacerebbe vivere?

Vivo molto bene in quest’epoca storica. Conosco bene il medioevo e i vari periodi del passato e penso che questo sia il momento migliore per vivere, nonostante non sia un periodo storico facilissimo, ma in passato si viveva peggio. Io sono nato nel 1950, ho vissuto affrontando i problemi di ogni giorno e ho visto tante cose susseguirsi in questi anni, alcune belle altre meno belle, ma penso comunque di poter dire che mi va bene vivere in quest’epoca.
Possiamo solo affidarci alla lungimiranza dei politici per un futuro migliore, soprattutto per i giovani.
5. Per quanto riguarda il cinema, quale regista o genere di film preferisce?

Anche sul cinema alterno film impegnati e altri più di evasione. Un regista che mi sembra promettente è Sorrentino, anche se ho visto poco per ora. La scelta degli attori per i suoi film, nella mia opinione, va nella direzione giusta. Mi piacciono anche i film di Clint Eastwood. Quando io ero ragazzino, Eastwood non faceva il regista, ma il cowboy. Quando divenne regista la sua carriera ha subito una grande maturazione e questo è positivo. La gente cambia e così cambia il proprio percorso. Il passaggio di Eastwood da attore di film per niente impegnati, a regista di pellicole importanti ed impegnate, è stato, a mio avviso, notevole.
Mi è rimasto particolarmente impresso un suo film, tratto dal romanzo di David Baldacci, Il potere assoluto, che porta con sé un messaggio molto concreto.
6. Cosa pensa della situazione attuale dell’università italiana?

Io sono uno di quelli che non critica l’università pubblica italiana.
Ritengo che, nonostante tutto, la nostra università si difenda ancora molto bene rispetto ad altre. Questo lo verifico sia a livello didattico che a livello di ricerca, con professori di altre università europee e americane.
Non siamo più indietro di altri, sicuramente. Siamo all’altezza della situazione.
Il problema dell’università italiana è quello degli spazi, delle risorse, ma questo problema è dovuto alla politica italiana che ha sempre investito troppo poco nell’insegnamento e nell’università.
Gli stessi studenti si ritrovano a dover giudicare negativamente la situazione dell’università di Torino a causa della carenza di aule, di spazi, di risorse per garantire un ambiente di studio consono.
Non abbiamo abbastanza risorse per far fronte alle necessità che un numero di iscritti così massiccio richiede, ed anche questa è responsabilità dei politici.
Dal punto di vista dell’insegnamento e della ricerca però, siamo al pari con la media europea, e su questo il mio giudizio non può essere altro che positivo.

7. Se potesse personalmente apportare dei cambiamenti alla nostra università, cosa cambierebbe?

L’anno scorso feci una proposta che purtroppo i rappresentanti degli studenti non hanno capito.
Sono convinto che sia necessario arrivare a una programmazione, che non vuole dire per forza numero chiuso, ma una via di mezzo.
Si potrebbe obbiettare che non è giusto non lasciare spazio a tutti gli studenti che vogliono iscriversi all’università pubblica, ed è un ragionamento giusto. Però non lo è nemmeno lasciare gli studenti in balia di sé stessi.
Capita che certi dipartimenti debbano affrontare un esubero incredibile di iscritti a un certo corso di laurea. Così ci troviamo nella situazione di mancanza di aule, di spazio e risorse inadeguate e carenti.
Se ci fosse una programmazione, per indirizzare gli studenti ai corsi di laurea a loro più conformi, sarebbe utile per evitare il soprannumero e mantenere uno standard idoneo all’università. Penso che il prossimo direttore del dipartimento, dopo di me, dovrebbe fare questa proposta al rettore e che il rettore stesso si debba muovere verso questo obiettivo.
Io sono aperto al dialogo sull’argomento: parlarne a tavolino con studenti e insegnanti è il modo migliore per raggiungere un risultato soddisfacente per tutti.

Questo potrebbe anche portare ad una redistribuzione del numero di studenti nei corsi di laurea e una migliore organizzazione logistica, anche per quanto riguarda i lettorati.

Perché, per esempio, non tutti gli studenti di lingue possono avere accesso ai lettorati?
Io sono imbarazzato a rispondere quando mi pongono questa domanda. Perché hanno ragione. Ma la colpa, ancora una volta, è dei politici.
Oggi noi riteniamo che il lettorato, come forma di insegnamento organico e produttivo, sia necessario. Ma, finché le più alte autorità universitarie penseranno ai lettorati come insegnamenti non indispensabili, non verrà risolto il problema. Il cambiamento deve partire dall’alto. Non c’è soluzione se non si trova un compromesso tra risparmio e qualità della scuola.

8. L’ultima domanda professore. Secondo lei perché sono nati i primi giornali e che influenza hanno avuto nelle epoche storiche in cui hanno operato?

Non sono uno specialista in merito.
Ciò che so è che già nel medioevo esistevano le cronache. I cronachisti medievali erano una sorta di antenati dei giornalisti, ma si limitavano a descrivere i fatti.
Sicuramente i cahier de doléances, nella Francia pre-rivoluzionaria, mettono in luce l’importanza dei giornali. Essi affrontavano le questioni con spirito critico e l’approccio del “j’accuse” che, ancora oggi, è ciò che contraddistingue la capacità di un giornalista di scrivere articoli pungenti, attuali e veri, piuttosto che solo riassunti di cronaca o descrizione di fatti.
Da sempre i giornali denunciano e toccano la mente dei politici, sono uno strumento di informazione e divulgazione fondamentale in ogni tipo di ordinamento politico.
Oggi è bene usare i giornali come strumento di democrazia, per spronare la coscienza pubblica e mettere al corrente i cittadini di ciò che avviene nel Paese.

Il giornalista è la voce della coscienza comune , è colui che studia e analizza i problemi sociali, critica le ingiustizie e diffonde la verità. E’ la nostra salvezza.

“Il mio augurio a voi è quello di sviluppare e mantenere quello spirito critico, fondamentale per un giornalista, sebbene non di cronaca ma di cultura, che contraddistingua la vostra opera, per trovare la strada giusta.”

 

di Giulia Bobba e Alessia Alloesio.

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