Sulle Note del Natale

Le origini dei canti natalizi sono più antiche di quanto non si possa pensare. Infatti, esse risalgono a migliaia di anni fa, quando la fine di Dicembre non veniva identificata con la nascita di Gesù (insomma, ogni cosa a suo tempo), ma con l’inizio del terribile e freddo inverno. Gli uomini antichi, infatti, per farsi forza a vicenda, usavano cantare inni per ogni inizio di stagione e l’inverno non faceva eccezione.
Successivamente, con l’istituzione ufficiale del Natale, precisamente nel 129 d.C., i canti pagani degli antichi vennero adattati per la nuova festività e molti altri vennero composti appositamente per l’occasione.
Essi erano, ovviamente, in Latino, e lo rimasero per lungo tempo. Anche quando il Latino non lo capiva più nessuno (a parte, allora, quei rompiscatole degli eruditi e, ora, quei noiosi di Lettere) i cantici natalizi continuarono a essere composti in Latino, rendendoli incomprensibili ai più (e, in effetti, ancora oggi, molti di noi avranno cantato Adeste Fideles con gioia e passione, senza però capire assolutamente cosa stavamo cantando). Per fortuna con Francesco di Assisi, nel tredicesimo secolo, ci fu una svolta. O, meglio, ci fu grazie ai suoi discepoli. Erroneamente sono stati attribuiti proprio a Francesco i primi canti di Natale, solo per la sua particolare propensione alla celebrazione della figura di Gesù bambino e della sua natività. Si è poi scoperto che ciò era inesatto, al massimo il merito del santo fu quello di diffondere quello che viene definito lo ‘spirito’ del Natale, non permettendoci di dimenticare l’umanità contenuta nella nascita di Cristo. I suoi discepoli, quindi, dopo la sua morte, composero nuovi inni e finalmente nella lingua locale, rendendoli comprensibili al popolo, che poteva finalmente cogliere il significato di quello che ogni anno celebrava a messa, forse più per tradizione, che per effettiva partecipazione emotiva.
In epoca vittoriana si sviluppa, poi, il fenomeno del Caroling. Questa nuova usanza servì ad avvicinare ulteriormente il popolo all’evento natalizio, rendendolo protagonista in prima persona, spostando il luogo in cui si cantavano gli inni. I carolers (così venivano chiamati coloro che praticavano il Caroling) passeggiavano per le vie cittadine più affollate di solito in gruppi di tre, uno a suonare il violino, un altro a cantare e il terzo a vendere gli spartiti, così i passanti si fermavano per acquistare la musica unendosi al coro per alcune strofe; oppure i carolers si fermavano davanti alle case a cantare, sperando di essere invitati per bere qualcosa di caldo e per ricevere piccole offerte. Purtroppo, con l’avvento del clima autoritario e alienante della rivoluzione industriale, le fabbriche vennero tenute spesso aperte anche durante le festività, compreso il 25 dicembre, e per questo l’usanza nascitura del Caroling andò svanendo per mancanza di tempo. Per fortuna, grazie a due minuziosi collezionisti del 1800, Davies Gilbert e William Sandys, molte delle carole non andarono perdute e si sono conservate fino ad oggi, permettendoci di reimmergerci in quel clima natalizio lontano, ma altrettanto suggestivo.
Negli stessi anni, precisamente nel 1857, James Pierpont compose una delle canzoni che tuttora canticchiamo spesso senza rendercene conto: Jingle Bells. Essa, inizialmente, fu pubblicata col titolo di One Horse Open Sleigh e soprattutto non era indirizzata alla festa del Natale, quanto invece al giorno del Ringraziamento. La cosa interessante di questa canzone è che, oltre al famoso ritornello di campanellini che suonano, il resto del testo (quello che di solito noi Italiani farfugliamo senza ritegno) è in realtà un canto da osteria, in cui si festeggiano sbronze, bravate, ragazze da conquistare e corse in slitte spericolate. Insomma, nulla che vorremmo insegnare ai bambini (per lo meno, fin quando sono bambini).
Questo ci porta a una svolta nell’ambito della canzoni natalizie. Infatti, esse sono nate in ambito pagano, per poi tramutarsi in inni sacri, ritrovarsi in carole sull’umiltà e ritornare del tutto umane e laiche, basate unicamente su sentimenti e situazioni comuni a tutti.
In questa nuova fase individuiamo, infatti, canzoni del ‘900 e del nuovo millennio, che esprimono cose ben diverse dalla commozione all’idea di un bimbo scaldato da un bue e un asinello, in una grotta buia e gelida.
C’è chi sogna un bianco Natale (ma perché poi dovrebbe nevicare proprio il 25 dicembre?) con White Christmas; chi desidera solo avere vicino il proprio amore, come Maria Carey; chi si pente di avere donato il proprio cuore durante le feste, come Wham; chi nostalgicamente spera che qualcuno torni a casa, perché altrimenti il Natale non sarebbe lo stesso per lui, come Michael Bublè.
Insomma, tanti bei sentimenti. Tanta dolcezza. Tanto amore. Tanta amicizia.
Ma anche tanta falsità e ipocrisia.
E’ questo che invece vogliono comunicarci, ‘rovinando’ lo spirito natalizio generale gli Articolo 31 con ‘È Natale, ma io non ci sto dentro’ ed Elio e le Storie Tese con ‘Baffo Natale’ e ‘Natale allo zenzero’.
Infatti, la grande novità degli ultimi anni è sicuramente la sempre maggiore critica al periodo natalizio e alle sue conseguenze, mettendole addirittura su note musicali orecchiabili.
Così da più di 2000 anni a questa parte, il Natale possiede colonne sonore sempre nuove e diverse tra loro.
E qualsiasi opinione voi abbiate a riguardo di questa festa, non potrete negarne il fascino musicale che la avvolge.
Ci sarà sempre qualcuno (magari sperduto in mezzo alla neve, quindi senza possibilità di farsi udire) che con una bottiglia di zabaglione urlerà ubriaco un canto natalizio.
E per chi lo ritenesse di poco gusto, io rispondo che è meglio un Natale ubriaco e stonato, piuttosto che un Natale sobrio e silenzioso.

Veronica Repetti

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