Con un debutto di 17 milioni di dollari e un’avanzata tanto inarrestabile da superare i risultati ottenuti dall’acclamato Michael di Antoine Fuqua, Obsession (2026) di Curry Barker si manifesta come uno dei film (horror) dell’anno.
Si passa dal terrore paralizzato negli occhi di Michael Johnston al sorriso-smorfia e il retro-walking di Inde Navarrette; poi ancora dallo sconvolgimento sentimentale al gore più esplicito: ogni fotogramma sembra aver sollecitato tanto il pubblico mainstream quanto la critica più severa, imponendosi rapidamente come oggetto di discussione virale. Ma persino extra-mediale: sul web, infatti, non sono mancati reaction post-visione, meme, video-recensioni, tutto condensato in un turbinio di immagini che rilevano un’influenza non marginale del film di Barker.
Ma perché Obsession ci ha turbato così tanto? Può aver dato inizio a una new wave del grande schermo? Siamo di fronte a un nuovo modo di pensare il mondo, di rimettere in discussione i nostri ideali e di riassestare le nostre coordinate immaginifiche, psicologiche ed esistenziali? Oppure è il solito fenomeno cinematografico destinato a dissolversi nel tempo?
Innanzitutto, la trama: Bear (Michael Johnston), ragazzo impacciato e insicuro, è innamorato di Nikki (Inde Navarette), amica e collega di lavoro, con la quale trascorre le serate insieme a Ian (Cooper Tomlinson) e Sarah (Megan Lawless). Bear non trova le parole per confessarle il suo amore; da parte sua Nikki pare invece non accorgersene. La narrazione subisce una svolta quando Bear, entrato in un negozio pop-esoterico, le compra un bastoncino dei desideri (spezzi, esaudisci un desiderio e questo si avvera), ma si dimentica di consegnarglielo. Scoraggiato, rompe lui stesso il One Wish Willow in un atto superstizioso e incredulo, bramando che Nikki lo ami più di qualunque altra cosa al mondo e… ciò accade. Non passerà molto tempo prima che Bear si accorga che le conseguenze sono peggiori del previsto, perché Nikki svilupperà un’eccessiva dipendenza nei suoi confronti.
Amore, relazione uomo-donna, desiderio e ossessione, eros e thanatos: sono questi gli archetipi mitologici della pellicola che azionano i circuiti su cui muovono i binari dell’umano. Da qui ha origine l’intuizione di Barker, il quale ricordiamo essere prima di tutto youtuber del canale that’s a bad idea e creatore di alcuni corti e mediometraggi (citiamo Warnings, Enigma, Heavy Eyes, The Chair). Il suo personale linguaggio rielabora consapevolmente lo sguardo degli spettatori digitali ed evita di confezionare il classico torture porn o un ritrito thriller sullo stalking; al contrario, il regista, servendosi di una costante frammentazione delle immagini, dà vita all’elemento soprannaturale, il perturbante, che ricalca ossessivamente il corpo vivo della quotidianità.
Obsession non guarda all’ossessione amorosa tramite la lente della psicopatologia, compie invece un salto metafisico: trasforma il sentimento in una condanna biologica ed esistenziale. Una condizione che segue le orme dei più recenti horror, come It Follows, Talk to me, Men, Together, Bones and All, The Love Witch (per citarne alcuni). La pellicola di Barker, con i suoi impulsi smodati e la sua sottrazione radicale, ci coglie impreparati: sfida e contorce (e probabilmente seppellisce) la Gen Z, allarga la questione della paura dell’Altro, diagnostica l’invisibilità e la fallibilità dell’Io.
Ed è proprio l’Io che perde, che naufraga il proprio essere progettuale. È l’accelerazione del desiderio in un solo click (un po’ alla Timmy de I Due Fantagenitori) nella genesi di una versione addomesticata della persona amata: si sprofonda in una voragine imprevista, in uno shock disarmante, che colpisce soprattutto il maschio.
È difatti Bear il soggetto problematico del film, e non Nikki, perché egli richiama un certo stereotipo, ovvero l’uomo esitante, iper-riflessivo, emotivamente paralizzato. La colpa di Bear è di aver sostituito il mondo con una simulazione e questo ha compromesso la sua vita: ora non ha idea di come affrontare l’imprevisto, la distorsione, la frizione determinata dall’altro.
Nikki viene scelta da Bear come schermo su cui proiettare le proprie paure: il rifiuto, la dipendenza, la perdita di controllo, l’intimità non filtrata. Più lui non riesce a sostenerla come soggetto reale, più lei si trasforma ai suoi occhi in qualcosa di mostruoso. Non perché lo sia, ma perché eccede le sue categorie.
Non mancano inoltre i momenti “comici” dovuti al cringe, all’imbarazzo e all’assurdità delle situazioni, da rilevare come componente strutturale piuttosto che come effetto collaterale. Ridiamo perché riconosciamo qualcosa di troppo vicino: la sproporzione tra ciò che pensiamo di provare e ciò che siamo capaci di reggere quando quel sentimento diventa reale. Ciò che chiamiamo amore, quando esce dall’immaginazione e entra nella materia delle relazioni, assomiglia sempre un po’ a una perdita di controllo. E il film ce lo mostra con una freddezza quasi sardonica: senza offrire consolazioni, senza decidere chi abbia ragione, senza salvare nessuno dalla propria illusione.
Obsession è stato realizzato con un ridotto budget di 750.000 dollari. Sono andati virali anche alcuni video sul set, in cui la manodopera e gli strumenti erano essenziali per girare un film che è pur sempre stato prodotto dalla Blumhouse, quasi a confermare l’idea di un cinema povero nei mezzi ma estremamente consapevole del proprio immaginario. Ed è forse qui che bisogna fermarsi un momento, prima di trasformare Obsession nell’ennesimo oggetto di culto generazionale.
Il rischio, infatti, è quello di ingigantire il film fino a sovraccaricarlo di significati che probabilmente non riesce (o non vuole) sostenere del tutto. Perché se da una parte Barker intercetta con lucidità alcune nevrosi contemporanee, dall’altra Obsession resta anche un horror costruito con meccanismi del genere molto riconoscibili: shock visivi, escalation grottesca, dinamiche relazionali volutamente iperboliche, simbolismi talvolta insistiti.
La sua forza non risiede necessariamente nella profondità teorica delle riflessioni che produce, quanto piuttosto nella capacità di generare immagini immediate, penetranti, condivisibili. È un film che sembra pensato per sopravvivere oltre la sala: nelle clip, nei meme, nelle reaction, nei frame isolati e rimontati continuamente dal web, i cosiddetti edit (e qui si potrebbe aprire un lungo capitolo sulla fagocitosi sempre più assidua dei film da parte delle varie piattaforme).
Dunque, più che inaugurare una rivoluzione cinematografica, Obsession potrebbe allora rappresentare il perfezionamento di una sensibilità già esistente: un horror emotivo, ironico e radicalmente online, capace di trasformare l’ansia relazionale in esperienza virale.
Potrebbe essere proprio questa la sua intuizione più interessante: non tanto aver reinventato il linguaggio dell’horror, quanto aver compreso che oggi la paura non si consuma più soltanto nella narrazione, ma nella circolazione infinita delle immagini e delle ossessioni. Sarà un paradosso, o un puro riverbero, ma Obsession finisce per parlare di dipendenza affettiva mentre, contemporaneamente, diventa esso stesso un oggetto di dipendenza mediatica.
Marco Novello





Rispondi