IL PALCOSCENICO TEATRALE NELLA STORIA ITALIANA

maschere

”Il teatro è quell’evento che si verifica ogni qual volta ci sia una relazione tra almeno un attore che agisca dal vivo in uno spazio scenico e uno spettatore che dal vivo ne segua le azioni.”
Questa è la definizione più comune che oggi si dà di teatro. La sua storia è antica ed esso si è evoluto e modificato nel tempo a pari passo con la società. Per quanto vi siano tracce di un teatro egiziano o etrusco, si è concordi nel sostenere che la recitazione occidentale è nata culturalmente e di fatto per opera degli antichi Greci. Il termine “teatro”, infatti, proviene dal greco θέατρον (théatron), il quale significa “guardare con attenzione”; il dialogo non poteva essere letto ma solo ascoltato e visto, se rappresentato in una recita. I testi scritti teatrali costituivano la letteratura drammatica, dal greco “di azione” in riferimento all’agire in scena degli attori. Gli attori generalmente erano tre, usavano delle maschere per interpretare più personaggi. Le principali forme del “dramma” erano la tragedia e la commedie: nella tragedia gli eventi riguardavano personaggi illustri e/o mitologici e si concludevano con un evento funesto come la morte. Vi era anche un coro attraverso cui l’autore della tragedia parlava al pubblico. Nella commedia, i protagonisti sono “gente comune”, le situazioni sono quelle della vita quotidiana, il linguaggio è medio-basso, il finale è sempre lieto e i personaggi sono stereotipi: il giovane innamorato, il padre avaro, lo schiavo furbo e via dicendo. Dai suoi inizi storici, la finitezza di un copione per l’azione scenica ha fatto sì che la forma teatrale si differenziasse da altri eventi quotidiani, così distinguendola come arte.

Dalla Grecia a Roma: il teatro latino si distinse per la satira, le opere di carattere profano, ma soprattutto per i suoi spettacoli rustici e violenti. L’ambientazione e il soggetto erano per lo più greci. Il vero sviluppo del teatro su base greca avvenne verso il III-II secolo A.C., quando venne tradotta l’odissea di Omero da Livio Andronìco; ma si devono aspettare Plauto e Terenzio prima che il teatro romano acquisisca la propria identità. Dopo la caduta dell’Impero Romano gli spettacoli teatrali furono vietati dalla Chiesa, molti attori furono scomunicati, il mestiere dell’attore scomparve insieme ad opere greche e romane, poiché giudicate licenziose e corruttorie. Solo dopo l’anno mille si tornò alle rappresentazioni, però di carattere sacro: la sacra rappresentazione, eseguita all’aperto, durante le feste, processioni religiose o commemorazioni. Riapparvero per le strade giullari e mimi: non basandosi su dei testi, questi cantastorie improvvisavano. Questa forma di teatro fu chiamata “all’improvviso”. Inizialmente praticato nelle corti e nelle piazze italiane, successivamente si diffuse in Europa ottenendo un grande successo, perdurante per diversi secoli. Nel Rinascimento le tragedie tornano al modello classico, rispettando i precetti che Aristotele aveva indicato nella sua “poetica”: le unità di tempo, luogo e azione (la vicenda doveva limitarsi a un’unica situazione, accaduta nello stesso luogo e nell’ambito delle 24 ore). Nelle corti italiane e poi europee si recitano gli antichi testi, prima in latino e poi in volgare. Nello spazio tra un atto e il successivo nasce l’intermezzo musicale di argomento mitologico. Da esso si svilupperà il melodramma e il teatro d’opera. Vengono composti, sempre ispirandosi agli autori greci e latini, i primi copioni. Tra gli autori importanti in questo periodo non si può fare a meno di citare: Ariosto, Tasso e Machiavelli. Tra ‘500 e ‘600 si diede origine al melodramma, un nuovo genere musicale. Inizialmente esso era una sorta di recitazione intonata, detta “recitar cantando”. Gli spettacoli avvenivano, per lo più, all’interno delle corti reali e aristocratiche, dando inizio a melodrammi di argomento classico e mitologico. Queste rappresentazioni interessarono maggiormente il pubblico popolare, tanto che nel 1637 venne inaugurato, a Venezia, il primo teatro pubblico. Con il ‘700 si affaccia sul palcoscenico Carlo Goldoni che rinnova la commedia, creando la Commedia di Carattere, realizzando un teatro con personaggi ben delineati e approfonditi psicologicamente. Irrompe così la semplicità e la simpatia dei protagonisti, molto spesso ispirati alle classi sociali inferiori ma, soprattutto, alla classe borghese che va imponendosi a scapito di quella aristocratica. Arrivano i primi raggi del Romanticismo con Vittorio Alfieri che, con il suo carattere passionale e libero, si può definire un precursore delle inquietudini romantiche. Queste esploderanno in Italia con autori come Manzoni, che supera le due unità aristoteliche di tempo e luogo, in nome della verità e della creatività dell’autore; Ugo Foscolo che, ispirandosi a Goethe, avverte la potenza delle passioni interiori ma le risolve tendendo continuamente all’armonia classica. La recitazione, con l’unità d’Italia e la formazione di un sentimento concorde, diventa un vero e proprio teatro nazionale. Dopo il 1872 con Verga la corrente principale è quella verista. Verga racconta la realtà e lo sfruttamento delle classi povere in Sicilia alla fine dell’Ottocento e lo fa secondo il principio d’impersonalità, proprio dei veristi, i quali cercano di descrivere la realtà oggettivamente. La visione concreta della realtà che si può conoscere e su cui si può intervenire nasce dal 1830 e dura fino alla fine del XIX secolo. Ad esso è legato il Naturalismo, un movimento letterario francese. Il Novecento in campo teatrale si apre con due rivoluzioni: quella dell’attore e quella del regista. Fino al XX secolo il teatro era stato il campo degli autori mentre l’attore era, di volta in volta, secondo alla soggettività dell’interprete. Il teatro della parola trova adesso la centralità dell’attore, strumento della comunicazione tra autore e spettatore, trasformandosi nel teatro dell’azione fisica, del gesto, dell’emozione interpretativa dell’attore. Con l’inizio del secolo si aprono vere e proprie scuole di teatro. Lo spettacolo teatrale all’inizio del ’900 si divide in messa in scena, interpretazione (la forma) e opera drammatica (il contenuto). In Italia esso era per lo più presente solo nelle grandi città: qui appaiono autori come il poliedrico Gabriele D’annunzio grazie al quale il teatro, come altre sue forme espressive, si colora di decadentismo e contemporaneamente si collega al gusto liberty che domina i suoi tempi. E poi Pirandello, con cui il dramma borghese diventa dramma psicologico. Egli travasa nel teatro tutta la sua visione morale della società. Lo chiama il teatro dello specchio e viene costruito affinché lo spettatore, come in uno specchio, si riconosca all’interno dell’azione, nei personaggi e nell’ipocrisia propria della società borghese d’inizio secolo. Con il fascismo la produzione teatrale passò sotto la censura del governo, così divenne un teatro di varietà, per lo svago e il divertimento del pubblico. Con l’affermarsi del cinema e della televisione il teatro passa in secondo piano; i politici per primi non lo vedono più come strumento per ottenere il consenso elettorale. La crisi del teatro, che nasce verso la metà del ‘900, continua ancora oggi. Quanta gente, con l’affermarsi dei nuovi media, hanno abbandonato il teatro?

Valentina Ribba

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