Quest’insostenibile leggerezza dell’essere

kundera


È avvenuto così: ho indossato il pigiama, mi sono accomodata sul letto, lasciando il cellulare a debita distanza. Ho seguito le regole di Calvino, insomma, quelle per cui quando si inizia un nuovo romanzo ci si deve sentire comodi. Non è un elemento irrilevante, anzi. Ma comunque, poco importa. Me ne stavo sul letto, le gambe distese, quando ho preso in mano Il Romanzo per la prima volta. L’ho guardato per qualche tempo, come si è soliti fare con i nuovi libri: si scruta attentamente l’immagine di copertina, poi si legge la trama, infine si analizza il font con cui è stato stampato. “L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera”: scritto in grassetto, come se la dimensione non rendesse già abbastanza visibile quell’ambiguissimo titolo. Perché sì, ammettiamolo: si è sempre un po’ diffidenti di fronte ad un nuovo romanzo. Ma ancor più traumatica è l’idea di approcciarsi nella lettura di un autore sconosciuto. Certo, perché finché si leggono testi di romanzieri a noi familiari tutto torna: lo conosciamo. Ecco perché, quel pomeriggio invernale di non troppe settimane fa, avevo la sensazione di stare per compiere un’azione eroica. Poggiai il tè caldo sul comodino accanto al letto e, finalmente, aprii il libro. Mi trovai di fronte ad un font neutro e a pagine decisamente un po’ spoglie: insomma, non uno splendore di estetica. Lessi le prime righe:

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?

A quel punto successe qualcosa. Non so dire esattamente cosa, ma avviene solo quando due persone si innamorano. Ecco, è proprio così: la fase dell’innamoramento. Lessi e rilessi quell’incipit per un’infinità di volte, domandandomi come un autore potesse cominciare un romanzo in quel modo. E poi ancora, mi posi la stessa domanda dell’autore: ma che cosa significa un eterno ritorno? Insomma, che quello fosse un mezzo filosofo, l’avevo ormai capito, ma mi sfuggiva qualcos’altro. E l’unico modo che avevo per capire che cosa fosse era continuare a leggere, senza freno. Il primo personaggio con cui feci conoscenza fu Tomàš, medico importante e marito degenere a tal punto da divorziare e abbandonare il figlio, per perseguire nella sua voglia di scoprire la femminilità. Non fu Tomàš a stregarmi, ma la meravigliosa Praga descritta da Kundera: d’un tratto i ricordi del mio viaggio scolastico nella capitale ceca mi riaffiorarono nella mente. Perché è anche questa la capacità dei romanzi: farti riscoprire sensazioni che, altrimenti, non avresti provato mai più. Ritrovi quel tempo perduto che Proust tanto cercò, quella mémoire involontarie sepolta sotto anni ed anni. E allora un altro pezzetto di puzzle, un altro piccolo mattoncino è andato a sommarsi a quell’incipit, per far divenire il mio amore un pochino più voluminoso. Mi sono lasciata trasportare dalle parole dell’autore, mi sono immersa (o forse sarebbe meglio dire che sono rimasta sommersa) in quella Praga sognante… Sognante come la seconda arrivata, Tereza. Tereza ed i suoi sogni di fuggire dal paesino di provincia, Tereza e l’amore per la cultura, Tereza così tanto contrastante con il villaggio in cui viveva, fatto di una madre impudica e di speranze nel cassetto. Tereza è il terzo elemento, il terzo mattoncino che è andato a sommarsi agli altri due, il terzo oggetto del mio amore. Forse è perché, fondamentalmente, anche io sono un’inguaribile romantica, una sognatrice ad occhi aperti che si è sempre sentita stretta nel suo paese d’origine. Non lo so perché, ma l’immagine di quella dolce ragazza che rimane incantata quando Tomàš entra nella squallida locanda dove lavora come cameriera mi ha chiuso lo stomaco. Ancora adesso, ripensandoci, sento qualcosa fremere dentro me.
Insomma, scorrevano le pagine ed io non me ne accorgevo, troppo intenta a soffrire assieme a Tereza quando, trasferitasi a Praga per amore di Tomàš, si rende conto della sua inguaribile infedeltà. A questo punto ebbi di nuovo la sensazione che qualcosa di grande (di veramente grande) mi stava venendo raccontato, qualcosa che, però, non riuscivo ancora a cogliere del tutto. Da una parte c’era Tomàš, leggero come solo un libertino può esserlo, e dall’altra c’era Tereza, pesante come solo chi si opprime da sé può essere. Poi arrivai ad un punto del romanzo in cui viene raccontato il rapporto di Tereza con sua madre. Donna sfacciata e senza veli, la mamma di Tereza era solita andare in giro nuda, scatenando vergogna ed umiliazione nell’animo di sua figlia. Tereza, a Praga e ormai lontana da quei tempi, continua a guardarsi allo specchio, ma non per narcisismo, no. Per dimostrare a sé stessa che dietro al corpo c’è qualcosa: un’anima, un’identità. Tereza muore poco alla volta dei tradimenti di Tomàš, che la fanno sentire di nuovo piccola, come quando sua madre le sputava in faccia un corpo identico al suo. Si guarda allo specchio, Tereza, bramando disperatamente un’anima sua, un’identità unica: solo allora Tomàš potrà amarla e non farla sentire come un corpo tra i tanti.
Leggevo queste riflessioni, sbranavo queste pagine e il mio cuore si contorceva sempre più dentro di me, implorandomi di smettere di torturarlo. Eppure io dovevo andare avanti, dovevo capire, sapere che cos’era il grande segreto che mi stava venendo rivelato.
Mi sentivo un corpo anche io, un corpo tra altri mille, ed iniziavo a chiedermi se davvero io fossi qualcuno. Altri personaggi mi venivano presentati: Sabina, dura e leggera nel far innamorare perdutamente di sé Franz, fedele anche quando lei lo abbandona, per fuggire al terrore di essere amata. Andavo avanti nel leggere le storie di queste persone e non riuscivo a capacitarmi della loro umanità.
Solo verso la fine del romanzo, compresi finalmente qualcosa: tutti loro, dal primo all’ultimo, avevano bisogno di espedienti per sentirsi vivi, per sentirsi qualcuno. Franz aveva bisogno di Sabine, Sabine aveva bisogno della sua pittura, Tomàš necessitava le donne e Tereza bramava Tomàš. Dentro di me, un fardello insostenibile. Arrivai alle ultime pagine del romanzo e allora, d’un tratto, mi ritornarono in mente alcune parole, lette verso l’inizio della storia: Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Kundera, subito dopo, però, si domanda se la leggerezza sia davvero meravigliosa e che cosa l’uomo debba scegliere, tra di essa e la pesantezza.
Quello che all’inizio avevo additato come filosofo da strapazzo mi stava raccontando la più grande verità, l’unica verità: 

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone.

Tereza era morta, Tomàš anche, Sabine era sola e Franz polverizzato nel tentativo di sentirsi vivo. Non c’erano più pagine da voltare, non c’era più alcuna parola da leggere. Ed io, finalmente, avevo capito che cos’era quel dolore lancinante che sentivo allo stomaco: era l’insostenibile leggerezza dell’essere.

di Erica Bouvier

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