Cormac McCarthy, la violenza e la solitudine.

 

Il capo batteva leggermente la spada, di piatto, contro il pomo della sella, e sembrava formare le parole nella mente una a una. Si chinò lievemente verso di loro. Quando gli agnelli si perdono sulla montagna, disse. Gridano. Qualche volta arriva la madre. Qualche volta il lupo. [Meridiano di Sangue]

 

Diceva il buon vecchio Holden Caulfield che sai di avere fra le mani un buon libro quando la prima cosa che ti viene voglia di fare, appena finito di leggerlo, è telefonare all’autore e parlargli come si farebbe con un caro amico.
Sicuramente a questo metro di giudizio possono essere sottoposti molti testi e autori, ma risulta difficile applicarlo al caso specifico di Cormac McCarthy. Non perchè i suoi scritti non siano validi, tutt’altro, ma sono talmente impregnati di pessimismo cosmico, che una volta terminati è forse un sollievo allontanarsi da essi piuttosto che approfondirne i concetti e scoprire quello che già leggendo si era sospettato, e cioè che rappresentano la realtà più di quanto ci piacerebbe pensare.

Forse insieme alla sua refrattarietà alle apparizioni pubbliche, al punto da essere annoverato, insieme a Thomas Pynchon e J.D.Salinger tra gli ”scrittori invisibili”, sono proprio queste tematiche così nere il motivo per cui, nonostante l’enorme talento riconosciutogli dalla critica, tanto da assegnargli il premio Pulitzer (nel 2005, per La Strada), il National Books Award e il National Book Critics Circle Award (entrambi per Cavalli Selvaggi) e includerlo nella lista dei 4 scrittori americani viventi più importanti, McCarthy sia comunque rimasto un autore relativamente di nicchia, soprattutto fuori dai natii Stati Uniti, nonostante i numerosi film tratti dalle sue opere abbiano contribuito non poco ad aumentarne la notorietà (come “No Country For Old Men”, vincitore di 4 premi Oscar).

L’estro artistico di Cormac McCarthy (classe 1933) è estremamente eterogeneo: i suoi libri vanno dal romanzo di formazione all’opera fantascientifica post-apocalittica, ma non sono infrequenti le incursioni nella sceneggiatura, teatrale o cinematografica.
Caratteristiche peculiari della sua narrazione sono le descrizioni dei deserti, che si tratti di quelli aridi e sabbiosi del Messico ‘ottocentesco, di quelli tetri e cinerei di un mondo morente o siano i deserti interiori che dilaniano l’animo umano, vengono tutti raccontati utilizzando metafore, stupende e contorte, talvolta talmente ricercate da spiazzare il lettore, fino a creare vere e proprie fotografie mentali di quegli immensi e desolanti ambienti; è nuovamente tramite l’utilizzo di immagini che lo scrittore immortala l’azione, usando poche ma essenziali parole, con uno stile secco e asciutto spesso paragonato a quello di Hemingway e Faulkner, che sembra non lasciare spazio all’interiorità dei personaggi, che non viene mai raccontata, ma erompe letteralmente dal loro agire rivelando la straordinaria profondità di McCarthy.

E poi c’è il pessimismo di cui già si è accennato, perchè i protagonisti di queste opere, indipendentemente dalla natura delle loro azioni, sono diretti verso un destino crudele e ineluttabile, abitanti di mondi ostili e attorniati da una società selvaggia e fredda, dipinta sempre in modo negativo, sia essa quella caotica del Far West, quella desolante della suburbia americana durante la depressione oppure quella dei sopravvissuti ad una misteriosa catastrofe.
In McCartney non sembrano esistere né una morale né un’etica, egli si comporta con i suoi anti eroi come un dio sadico e indifferente, sembra godere nel metterli in situazioni terribili, senza però mai cadere nella farsa, che darebbe sollievo al lettore riducendo a semplice fiction l’opera con cui si sta confrontando, per poi abbandonarli alla morte o all’oblio dopo essersi stancato di trastullarsi con le loro vite.
Come per ogni divinità che si rispetti, anche nel ”pantheon McCarthyano” esiste un demonio, antitetico alla figura dello scrittore e quindi, per forza di cose, imprigionato nella narrazione, all’interno della quale però è l’unico a riuscire a cavarsela, sempre, anch’egli giocando con il fato degli altri personaggi. Questo diavolo non è mai realmente una figura sovrannaturale, perchè per un nichilista come McCarthy, profondo oppositore del realismo magico sudamericano, non c’è trascendenza dalla realtà terrena. Si tratta invece di individui la cui disumanità sembra essere racchiusa nella totale mancanza di scrupoli e di incertezze, nella determinazione con cui compiono le proprie azioni, perfettamente consci delle conseguenze che queste avranno e pronti ad affrontarle, insieme ad una sorta di ironica consapevolezza del caos dell’esistenza e dell’insensata malvagità della natura,sia quella umana che quella ecosistemica.
Appartiene a questa luciferina categoria Malkina, la fatal famme di The Counselor, disposta a scatenare le ire del cartello della droga messicano e gettare il protagonista e tutti i suoi conoscenti in un vortice di distruzione e morte per un semplice capriccio, ma ancora di più vi appartiene il Giudice di Meridiano Di Sangue (il Capolavoro dell’autore, che ne contiene l’intera cifra stilistica), gigantesco e affetto da alopecia, tanto da avere l’aspetto di un mefistotelico e gargantuesco neonato, capace tanto delle azioni più turpi quanto abile nella danza e delicato nel suonare, accompagna l’eroe nel suo viaggio spingendolo al crimine e alla depravazione ma senza mai forzarlo, da perfetto tentatore.

Nel 2015 ricorre il cinquantennale della prima pubblicazione di McCarthy, e per celebrare questa occasione sono due gli auguri che intendo analizzare: il primo è rivolto a chi ancora non conosce questo autore aiutandoli ad avvicinarsi a lui e di lasciarsi rapire dalle sue storie e dalle sue filosofie perchè, per quanto possano essere tetre o deprimenti, è davvero qualcosa che vale la pena far proprio; il secondo, molto egoistico in realtà, è rivolto allo stesso scrittore, al quale auguro altri cinquant’anni di capolavori imprescindibili.

di Marco Fassetta

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