“POLE POLE NDIYO MWENDO” -piano piano si fa il cammino-

Chiara e Mattia raccontano a The Password del loro mese passato in Kenya. Un cammino fatto con il CUORE.

Mattia Gaido, 20 anni, secondo anno della scuola di scenografia all’Accademia di Belle Arti. Da sempre parte del “mondo” dell’oratorio delle parrocchie di Rivoli, prima come animato poi come animatore, attualmente è animatore di un gruppo di III media e quest’estate coordinatore dell’estate medie.

Chiara Morra, 21 anni, terzo anno di servizio sociale. Fin dalla prima superiore nell’ambito dell’oratorio di Rivoli,prima come animata poi come animatrice, attualmente segue un gruppo di ragazzi di III superiore.

Cosa vi ha spinto a partire la prima volta?

C: E’ sempre stato un mio sogno quello di “scoprire” l’Africa, questa terra sconfinata. Nel 2010 alcuni ragazzi avevano fatto questo viaggio ed erano tornati estasiati, come se avessero visto le cose più belle del mondo. Allora mi sono chiesta “Che cosa ci sarà mai in quest’Africa da attirare così tanto i cuori?”. Così quando, nel 2012, ci hanno proposto di fare questo viaggio ho detto “Vado!” . La mia era innanzitutto curiosità; il programma di viaggio mi piaceva, soprattutto il fatto di vedere posti che non avevo mai visto, lo stare a contatto con le persone. Il viaggio non aveva fini turistici: tu non andavi per vedere i luoghi, ma entravi in contatto con persone con una cultura che io ancora non conoscevo. Era necessario comprendere e amare anche un po’ quel tipo di cultura.

M: Quando me l’hanno proposto nel 2012 non sapevo che un gruppo avesse già fatto quest’esperienza nel 2010. Alla prima riunione sono andato soprattutto per curiosità, per sapere di cosa si trattava, poi man mano mi sono appassionato a questa cosa. Ciò che mi piaceva di più del viaggio era che ci fosse tanto servizio, nel senso che erano molte le opportunità di aiutare chi aveva bisogno. Quello che abbiamo sempre fatto all’interno delle nostre parrocchie era trasportato in una realtà completamente diversa e, soprattutto, questo ci permetteva di conoscere una nuova cultura. A me ha sempre affascinato l’idea di conoscere culture nuove e viaggiare in posti lontanissimi da casa, così sono partito. Le persone che avevo intorno mi dicevano che forse era troppo presto, avevo solo 17 anni; oggi penso che sia meglio fare questo tipo di esperienza quando ancora sei in una fase di “crescita”, perché ti aiuta a formarti e a vedere le cose in un modo diverso.

Cosa vi ha spinto a tornare?

C: Io sono partita la prima volta credendo di andare lì e portare un gran cambiamento nella vita degli altri. In realtà, il più grande cambiamento è quello che è avvenuto nella mia, di vita. Ciò che ho “donato” non è per niente paragonabile all’immensità di cose che ho ricevuto; forse è un po’ questo che mi ha spinto a ritornare. Ho passato due anni dicendo “Non vedo l’ora di tornare” perché lo stile di vita e il ritmo della giornata sono qualcosa di differente. Vivi con una leggerezza dentro che qui non c’è, è proprio la cultura che è diversa; ti insegna a stare bene con te stesso, a rilassarti, a prenderti i tuoi tempi e a riflettere su di te. E’ una cosa che qui non ho mai trovato e, soprattutto, lì mi sono sentita a casa.

M: Io non credevo che la mia vita potesse cambiare dopo quest’esperienza, ma una volta tornato ho subito notato la differenza; riadattarsi è stato molto difficile. La seconda volta non avevo pensato di tornare, a poco a poco però mi sono convinto anche perché tornare in un posto che si percepisce come casa è una cosa magnifica. Quando sono tornato le persone si ricordavano di me; la voglia di rivedere quei posti e l’accoglienza che avrei ricevuto sono stati i motivi principali del mio ritorno.

Prima di partire entrambe le volte, avete fatto un percorso di preparazione?

C: Sì, è durato quasi un anno. Ci incontravamo con tutto il gruppo, perché prima di tutto era importante conoscerci tra di noi; non puoi affrontare un viaggio del genere senza conoscere i tuoi compagni di viaggio ed è importante, quando vai in un Paese, conoscerne la cultura e quelle due o tre frasi indispensabili. Arrivare lì e far vedere che non sei il solito turista è fondamentale, perché vieni trattato in modo diverso; un conto è essere turista, un conto è essere una persona che “va lì e fa servizio”. E quello che secondo me è stato più importante nel percorso di formazione è il comprendere appieno quali fossero le nostre motivazioni personali, quelle che ci hanno spinto a fare un’esperienza tanto importante.

M: Sì, abbiamo fatto questo percorso di formazione e la seconda volta che l’abbiamo fatto ci siamo resi conto di quanto fosse utile; nonostante molte cose si sapessero è stato bello fare un lavoro che ci aiutasse ad avere un rapporto con questa cultura, anche solo per alcune azioni che a noi risultano normali ma che, all’interno di un’altra cultura, possono essere viste come sgradevoli o inadeguate. Secondo me è sempre giusto quando si viaggia informarsi e formarsi; la formazione si caratterizzava sia da “riunioni informali” del nostro gruppo – dove si parlava del più e del meno per conoscerci – sia da una parte più formativa, gestita anche da un’associazione esterna, che si occupa proprio di formare le persone che partono.

L’ultima volta che siete andati è stato ad Agosto 2012, come si è caratterizzato il vostro viaggio?

M: Siamo atterrati a Nairobi, la capitale del Kenia. Lì si nota subito dal percorso aeroporto-casa dei missionari, il primo luogo dove abbiamo alloggiato, che Nairobi è già una città abbastanza sviluppata, dove si vedono le differenze tra le classi sociali e tra le zone ricche e quelle povere. Non appena esci da Nairobi vedi che le case si diradano, cambia il paesaggio e anche le persone iniziano a vestire i costumi tipici africani. Poi abbiamo trascorso 5 giorni nella città Wamba – una città nel centro del Kenya – una zona tipicamente arida, con il clima della savana, polvere rossa e arbusti secchi; qui ci siamo occupati di fare esperienza in oratorio con gli animatori del posto, cercando di adattare lo standard del nostro oratorio di Rivoli, ovviamente considerando i numeri dei ragazzi – all’incirca 1000 bambini al giorno. L’attività di oratorio si concludeva poi con il pranzo, dopodiché i bambini tornavano a casa. Il momento del pranzo è stato forte, perché noi aiutavamo gli animatori a distribuire e vedevamo i bambini; capitavano quelli che non mangiavano da giorni o quelli che  dovevano portare la propria piccola razionea casa e condividerla con tutta la famiglia. A Wamba abbiamo anche aiutato nell’ospedale, costruito dai missionari italiani negli anni ’60, oggi considerato il più attivo del distretto; qui c’è un reparto, che si chiama Huruma Home, che accoglie tutti i bambini con disabilità psichiche e fisiche.

C: Qui vedi proprio che solo con la tua presenza, con un sorriso, portandoli fuori o facendoli giocare con pupazzi fai qualche cosa di grande. Questi bambini passano giorni e giorni a letto, quindi basta un piccolo gesto per fare molto.

M: Ci siamo poi spostati a Mararall; qui nel 2012 avevamo trascorso la maggior parte del tempo. E’ stato davvero come tornare a casa, perché abbiamo rivisto tutto ciò che c’era rimasto nel cuore due anni prima. Qui abbiamo semplicemente fatto l’esperienza del seminar, una specie di formazione insieme ai ragazzi delle parrocchie limitrofe, una formazione intensiva che dura tre giorni e dove si sta insieme ventiquattr’ore su ventiquattro. Lì impari a conoscere la gioventù del Kenia. Le ultime generazioni sono molto più vicino alla nostra mentalità occidentale rispetto alle generazioni passate: non vestono più i costumi tradizionali, ognuno di loro ha un telefono e un mp3.

C: E’ stato bello passare le giornate a confrontarsi con i ragazzi – tuoi coetanei – su sogni, famiglia, futuro e vedere come due culture apparentemente lontanissime in realtà presentino aspetti molto simili. Qui vedi veramente come sia stramba la vita; puoi abitare a mille chilometri di distanza, provenire da culture differenti, ma i sogni sono gli stessi.

M: A Neururu abbiamo fatto i turisti perché i ragazzi, quando noi siamo arrivati, erano in vacanza scolastica. Qui c’è un centro e abbiamo conosciuto la ragazza responsabile che ci ha spiegato come funziona; è un centro di accoglienza per persone con disabilità, malate di AIDS e polmonite, il Saint Martin.

C: Esso va avanti grazie ai volontari e alla comunità. Questo è un messaggio forte; da sempre la società tende a “ghettizzare” chi è disabile – come succede anche qua in Italia – allontanando chi ha difficoltà. Lì la cosa è ad un livello più estremo e non ci sono strutture apposite. È importante vedere che qui, sensibilizzando la comunità, si possono creare grandi cose, come questo centro; non a caso sul cancello compariva la scritta “Grazie alla comunità” . Il centro, infatti, va avanti grazie ai volontari locali.

M: Questo è un esempio abbastanza singolare, anche perché la maggior parte dei centri dipendono dai missionari della consolata o da associazioni straniere, mentre qui abbiamo visto come l’aiuto possa partire della comunità stessa.

C: All’interno di questo centro, in più, ci sono anche dei mercatini dove vendono gli oggetti fatti dai ragazzi di questa comunità. Non è solo un “centro di recupero”, ma si valorizzano anche le capacità delle persone.

M: Il nostro viaggio si è concluso tornando verso la capitale. Gli ultimi tre o quattro giorni li abbiamo passati tutti lì, in particolare visitando le baraccopoli. Abbiamo visto come le persone che migrano dalle campagne per trovare lavoro siano costrette, poi, a vivere in villaggi di fortuna e capanne fatte con lamiere, dove la creatività di ogni persona deve dare vita ad abitazioni di  ogni tipo. Questa forse è stata la parte più dura del viaggio, perché si vedeva davvero la difficoltà delle persone, la difficoltà nel vivere e nel potercela fare. Qui vedi come il degrado va avanti giorno per giorno; non ci sono servizi, fognature, forniture d’acqua, la gente vive con ciò che ha, ciò che riesce a racimolare. Le stanzette sono di due metri per tre e all’imterno vivono anche dieci persone, che cercano di sopravvivere; anche in quel caso, però, siamo rimasti colpiti di come queste persone vivano la loro vita con dignità. In seguito, abbiamo visto l’Africa ricca, il distretto ricco di Nairobi; questo è ancora il riflesso dell’età coloniale, con splendidi palazzi vittoriani.

Ci ritorneresti?

M:Io ci ritornerei solo, perchè mi piacerebbe vedere altro: esperienze diverse, posti diversi. Tornerei anche a Mararall e Wamba, però. Nella mia vita.

C: Io ritornerei in Kenya perchè quella è “casa”, ma mai sola; magari viaggerei con un gruppo più piccolo di persone AMICHE e andrei ad esplorare posti nuovi. La mia attività resterebbe, però, a servizio degli altri, perché solo così puoi ricevere qualche cosa di diverso da ciò che riceveresti essendo un turista.

Grazie Chiara e Mattia! Alla prossima, col racconto dell’esperienza in India!

di Valentina Ribba

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