Tutta colpa della gonna

di Giulietta De Luca

Mesnin, Turchia, 11 febbraio. Tutti scendono dal pullman tranne la giovane studentessa di Psicologia Özgecan Aslan, che viene assalita e molestata dall’autista. Cerca di ribellarsi, di allontanarlo con lo spray al peperoncino che, come molte connazionali, tiene in borsetta in caso di bisogno, ma è tutto inutile. La ragazza viene barbaramente uccisa, il suo cadavere dato alle fiamme e i poveri resti occultati nei pressi di un fiume dall’assassino e alcuni complici.

Si tratta dell’ennesima morte in un Paese dove gli episodi di violenza sulle donne sono aumentati del 400% dopo la candidatura del presidente filoislamico Recep Tayyp Erdoğan, dove ogni giorno tre donne vengono ferite o uccise da partner o familiari. Questa volta però la situazione si sblocca: il popolo è indignato e il fuoco della rivolta divampa. Al funerale, la bara di Özgecan viene trasportata e seppellita esclusivamente da mani femminili e le proteste dalla città di Mesnin si diffondono in tutto il Paese, capitale inclusa. Si inizia con il nero: decine di migliaia di donne vestite di nero sfilano per le strade turche, seguite poi da studentesse e studenti che si recano a scuola indossando un fiocco nero. “Non stiamo piangendo, ci stiamo ribellando!” dice lo slogan che fa diventare la protesta virale. Con l’aiuto dei social network, tutto il mondo prende a cuore la causa e si scatenano gli hashtag che chiedono vendetta per Özgecan Aslan e tutte le altre vittime che hanno dovuto condividere il suo destino. Si scatena così l’imperativo “indossa una gonna per Özgecan”, che viene accolto con entusiasmo: migliaia di uomini scendono in piazza in minigonna per combattere l’idea che sia un indumento a condannare una persona, etichettandola come immorale e autorizzando atti di violenza nei suoi confronti. Tantissime anche le foto pubblicate su Facebook e Twitter, gonne lunghe, corte, nere o variopinte che testimoniano la volontà di cambiare di un Paese stanco di avere paura. Il presidente Erdoğan afferma di essere estremamente preoccupato dal numero in costante crescita di atti di violenza sulle donne e di voler seguire personalmente il caso di Özgecan per assicurarsi che ai colpevoli venga inflitta una pena severa, ma le dichiarazioni che rilascia non fanno altro che incitare sempre di più questi crimini. “Le donne sono state affidate da Dio all’uomo”, “L’aborto è un omicidio”, parole che scatenano di nuovo la rabbia dei cittadini. Le associazioni femministe si scagliano apertamente contro di lui e in risposta ricevono solo l’accusa di essere “fuori dalla nostra civiltà, dalla nostra fede, dalla nostra religione”. E così l’ondata di proteste continua, con un altro picco la sera dell’8 marzo ad Istanbul. Le donne chiedono parità di genere, di non essere condannate se non vogliono sposarsi o fare figli, di poter ridere quando e dove vogliono. Quella della Turchia ci sembra una realtà infinitamente lontana dalla nostra e le vicende che vi hanno luogo vengono spesso guardate come se si trattasse di un altro mondo, un mondo che con quello in cui noi viviamo non ha nulla a che vedere, ma i recenti avvenimenti hanno dimostrato il contrario. Sono infatti di pochi giorni fa le dichiarazioni della Corte d’Appello di Firenze in merito allo “stupro della Fortezza da Basso” di sette anni fa, in cui sei giovani hanno approfittato di una ragazza di ventitré anni ubriaca. La sentenza iniziale di quattro anni e mezzo per il reato di violenza di gruppo viene ritirata per via della tesi delle difese, secondo cui la ragazza era conosciuta come una libertina e, punto di forza dell’argomentazione, dopo l’accaduto era riuscita a ritrovare la strada di casa e a tornarvi in bicicletta, recandosi a sporgere la denuncia solo successivamente. Tutti e sei gli imputati vengono quindi assolti, suscitando l’indignazione delle Parlamentari Sel. Prima di gioire per l’approvazione della risoluzione Tabarella sulla parità uomo-donna da parte del Parlamento europeo (non dimentichiamo comunque che la legislazione sulla sua riproduzione resta di competenza nazionale) è dunque necessario inquadrare bene la situazione del Paese in cui viviamo. E’ sempre necessario che si verifichi una catastrofe per far scattare il meccanismo del progresso? Par8104223

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