In questo articolo sfrutteremo gli spunti creativi di più pensatori per analizzare la letteratura come attività che prende vita grazie al contributo di due attori in tempi diversi, chi scrive e chi legge. Tesseremo poi un paragone con una condizione oggi spesso connotata negativamente: la parasocialità.
I limiti della conoscenza in McEwan
Nel suo ultimo romanzo, Quello che possiamo sapere, lo scrittore inglese Ian McEwan immagina l’inizio del ventiduesimo secolo. Catastrofi naturali e guerre nucleari hanno fermato lo sviluppo tecnologico, e la Gran Bretagna è ridotta a un arcipelago di isolette sparse. Il protagonista, Thomas Metcalfe, è un accademico, specializzato in poesia del primo ventunesimo secolo.
Nella prima parte del libro, Thomas s’incaglia sempre più nei suoi studi, i quali diventano per lui una forma di escapismo; passa le ore a scorrere e rileggere diari, messaggi ed email ancora accessibili ben cento anni più tardi. È particolarmente interessato a Vivien, moglie di Blundy, di cui si può leggere il diario perduto nella seconda parte dell’opera, il quale getta una luce tutta nuova – e macabra – sulla “verità storica” nota fino a quel momento.
Quello che possiamo sapere, oltre che un potente romanzo, è una riflessione sull’illusione di conoscenza. Grazie al digitale, oggi crediamo di poter salvare tutto, ma McEwan ci avverte che ben poco di quel che pensiamo di preservare giungerà ai posteri. Chi verrà dopo di noi si farà un’idea dolorosamente imprecisa della nostra epoca, esattamente come accade per noi, sebbene rendersene conto non sia facile.
Scrivere è sempre un atto di fede
Ci aveva pensato Vittorio Buttafava, giornalista di Oggi, Epoca e direttore dei servizi giornalistici di Canale 5, quando diede alle stampe Cari figli del 2053, nell’anno della sua morte, il 1983. Vi offriva un racconto personale dell’Italia che aveva vissuto, e lo affidava alla storia, per coloro che sarebbero venuti dopo di lui. Nel primo capitolo, l’autore faceva lo sforzo di immaginarsi come
«[…] un pugno di cenere. Sarà come se non fossi mai esistito.»
È una storia vecchia quanto l’umanità. Il 16 maggio 1936, Cesare Pavese scriveva nel suo diario Il mestiere di vivere:
«Che alla produzione di un’opera occorra il pubblico, è indubitabile […] il pubblico vero dev’essere tutto supposto fin dalla prima opera».
L’atto di scrivere, anche se solitario, non può che presupporre un lettore, che sia anche l’autore stesso. Ma è qui che il nostro discorso inizia a farsi circolare. Pavese immaginava quindi un pubblico? Sembra di sì. Ma noi, lettori del futuro, possiamo davvero fidarci? Come nel romanzo di McEwan, non abbiamo certezza di trovarci di fronte al quadro completo. Potremmo fantasticare e immaginare che Pavese avesse un secondo diario dello stesso periodo, in cui si apriva ancor più sui suoi tormenti.
Sappiamo non essere così poiché, come società, ci fidiamo di chi si è occupato della sua opera quand’era in vita e dopo il suicidio. Inoltre, anche la vicinanza temporale aiuta.
Ma, come suggerisce Umberto Eco ne Il Pendolo di Foucault, quando la distanza temporale aumenta, il senso di certezza scricchiola clamorosamente e ipotesi improbabili si fanno possibili. Non conosciamo mai davvero il passato, non interamente.
Eppure, tramite la scrittura l’essere umano è diventato capace di trasmettere le proprie esperienze ad altre coscienze, sparse in coordinate spazio-temporali inimmaginabili spesso allo stesso scrittore. Senza fiducia, non c’è cultura umanistica: ecco allora Rousseau scrivere Giulia o la nuova Eloisa (in riferimento alle vicende autobiografiche di Pietro Abelardo, vissuto nel dodicesimo secolo), ed eccoci ancora a discorrerne piacevolmente, duecentosessantacinque anni dopo.
L’empatia “immaginativa” e i suoi limiti
Leggendo certi autori, si ha davvero l’impressione di entrare nello specifico “sentire” della loro vita, tramite il testo e il lavoro compiuto su di esso dalla propria immaginazione – J.G. Herder, teorico dell’empatia, concorderebbe. Tuttavia, nonostante la fiducia, la ricostruzione resta incompleta, poiché la propria sensibilità storica impedisce di comprendere fino in fondo i tempi di cui si legge. Si può anzi dire che la “persona” – lo scrittore – diventa ai nostri occhi “personaggio”, poiché capace di muoversi ed esistere unicamente fra le righe di un libro, nelle nostre mani. È l’eterno problema degli storici e dei personaggi storici.
Oggi, alla portata di tutti, ci sono strumenti incredibilmente potenti, i quali permettono cattura, conservazione e condivisione dei più svariati avvenimenti, importanti o leggeri. Questo avviene in tempo reale, dovunque ci si trovi. Basta un cellulare. Tuttavia, ogni “condiviso”, perché sia tale, dev’essere stato predisposto alla fruizione altrui. Un pubblico dev’essere stato immaginato – una webcam dev’essere stata accesa – e ogni preparazione preliminare entra in contrasto con l’idea di spontaneità.
Soprattutto, l’essere umano che sa di essere ripreso tende a comportarsi diversamente da come farebbe se consapevole di essere solo. Nasce così il fenomeno della parasocialità, per cui un utente può convincersi di avere un rapporto reale con una persona di cui segue i contenuti online. Si fondono “persona” e “personaggio”. Ci si convince che quella condivisione, strettamente monodirezionale, possa segnare una connessione fra due individui – chi ha creato un contenuto e chi ne usufruisce. Come quando si legge un libro, magari un’autobiografia. Ma se ne vede sempre solo una parte, come scrive McEwan.
Difficili domande finali
Viene quindi da chiedersi: e se la letteratura non fosse altro che un’immensa rete di “parasocialità”? Prendiamo il caso di Anna Frank: avrebbe voluto che leggessimo anche le pagine del diario che lei stessa aveva cancellato? (ilPost) Chi ci ha dato il permesso? La morte uccide ogni diritto all’oblio?
Inoltre, se ogni “condiviso” viene pensato a priori, che dire di questo articolo, che è stato pensato, scritto, corretto e rivisto? Si può dire che resti un pensiero spontaneo, dunque reale? Certamente non è fine a sé stesso, poiché i lettori di ThePassword sono tutt’altro che ipotetici. Non è nemmeno “ingannatore”, poiché non ha motivo di esserlo. La filosofia è anzitutto un riordinamento di pensieri, prima di tutto individuale, anche quando cerca di essere molto di più – e va bene così.
In conclusione, sembrerebbe che ogni pensiero che si esima dal considerarsi tale (mentre si compie) non sia solo povero, ma soprattutto impossibile. Non ci sarebbe allora “pensiero” che non tenti di superare i limiti della propria natura d’intuizione momentanea, trasformandosi in frasi, gesti o opere, o estinguendosi nel porsi alla base di riflessioni successive.
Emanuele Pilan
Fonti
J.G. Herder, Sul conoscere e il sentire dell’anima umana, in «aisthesis», 2, 2009, 1.
“Le pagine segrete nel diario di Anna Frank”, ilPost, 16 maggio 2018, ultima consultazione 06 febbraio 2026, link: https://www.ilpost.it/2018/05/16/pagine-segrete-diario-anna-frank/.
McEwan Ian, Quello che possiamo sapere (What We Can Know), trad. it. di Basso Susanna, Torino, Einaudi, 2025.
Pavese Cesare, Il mestiere di vivere (Diario 1935-1950), Torino, Einaudi, 1967.
Picardi Roberta, Costellazioni di pensiero nell’età di Goethe. 1. Natura umana, storia e rivelazione in Herder, in Cambiano Giuseppe, Fonnesu Luca, Mori Massimo, Storia della filosofia occidentale/4. La filosofia classica tedesca, Bologna, Il Mulino, 2014, vol. 4, pp. 146-147.
Eco Umberto, Il Pendolo di Foucault, Milano, Bompiani, 1988.
Buttafava Vittorio, Cari figli del 2053. La nostra vita raccontata ai posteri perché non si vergognino di noi, Milano, Rizzoli, 1983.




Rispondi