Diavoli Blu e Note Calanti

Un sacco di gente chiedeva a Howlin’ Wolf, grande bluesman, cosa fosse il Blues. La sua definizione era molto esplicativa:

Il Blues è qualcosa che si porta dentro. Qualcosa che hai addosso quando non hai soldi, non puoi pagare l’affitto, non hai di che mangiare. E guardi quelli che hanno quello che non hai. E ti vengono idee cattive, che normalmente rifuggiresti.

Elemento portante di questa musica sono le “blue notes”, note suonate leggermente calanti, dal suono nostalgico, che come il colore primario evocano un sentimento di nostalgia e tristezza. Come erano nostalgici e tristi gli schiavi nelle piantagioni di cotone, dove usavano cantare per incoraggiarsi ad andare avanti, per aiutarsi a vivere. Canti di una vita dura, accompagnati da strumenti a corde, permessi dai padroni solo per il loro aspetto europeggiante, familiare, “Normale” agli occhi del bianco che si riteneva tale. Il Blues è il canto del disagio, della vita dura, difficile, dolorosa. Questa tristezza si traduceva con un detto molto particolare: Avere i Diavoli Blu – To have the blue devils. Avere il Blues.

Impressione d’artista di un Bluesman

E c’è tutto il suono di quest’ambigua malinconia, nelle ambiguità tonali, nei portamenti dei cantanti, nei glissati dei fiati, nei bending dei chitarristi. Una nota che non è un tono puro, ma nemmeno un semitono. Un suono di estraneità, di non-integrazione. Un suono del Diverso. Un ritmo di dodici note che si ripetono, un groove ripetitivo e ipnotico.

Il blues come genere nasce già nel XIX secolo, molto probabilmente in parallelo e influenzato dalle Working Songs e dallo Spiritual, e probabilmente iniziano a diffondersi in particolare dopo il 1865 e l’abolizione definitiva della schiavitù, quando i musicisti emersi tra gli afroamericani, cominciarono a diffondere i loro canti nei Juke Joint, locali spesso abusivi dove gli ex-schiavi andavano a divertirsi dopo una giornata di lavoro. La prima canzone commercialmente distribuita e nota è Dallas Blues, di Hart Wand, ma del prima sicuramente esistito ci è dato di sapere veramente poco. Molto della musica da cui il blues nasce era pura tradizione orale, e il tempo ormai abbondante ha sepolto nelle sue sabbie molta di questa storia. Le testimonianze degli albori del ventesimo secolo vengono man mano supportate da incisioni nate negli anni ’20 e da un crescente successo di pubblico, supportato da un numero di compositori anche bianchi. Questa è l’era del Cotton Club di New York, che fa da contraltare e vive parallelo ai Juke Joints nelle vie di Memphis. Fioriscono un numero di stili rurali e urbani, distinti nei testi e nella tecnica. Su tutti Emergono il Delta Blues del Mississipi, voci passionali e chitarre slide, e il Memphis Blues, caratterizzato dall’influenza delle Jug Band, e quindi dall’uso di strumenti artigianali, totalmente fatti di materiali di recupero.

Robert Johnson, importante esponente del Delta Blues

Il primo stile diverrà immortale nelle registrazioni di Robert Johnson, il secondo avrà un altro grande esponente in Memphis Minnie. Le grandi migrazioni interne porteranno alla nascita del Blues di Chicago, il Blues Urbano. Ma non solo. Il sound di terza calante e giro di dodici note attraversa l’atlantico, e anche in inghilterra nasce una scena Blues, ancora oggi viva.

Man mano che il blues di Chicago cresce, fino agli anni ’50, le sue tematiche diventano più immediate e concrete. Se nei testi di Robert Johnson e nel delta blues c’è spesso un accenno di presenze ultraterrene, un tocco di spettralità, nel Blues Urbano il diavolo è l’uomo, nel suo disagio, che vive e affronta ogni giorno difficoltà insospettabilmente grandi, tra amori finiti, disperazione e indigenza.
L’arrivo della strumentazione elettrica intorno agli anni ’40 segna indelebilmente il sound e l’epoca, generando l’ondata R&B e l’evoluzione della musica da quel punto in poi. Dal blues nasceranno in ordine sparso Rock’n Roll, Rock Blues, Metal e loro eredi e sottogeneri, ma allo stesso tempo continuando a esistere in una sua dimensione, nell’universo a se della black music, dei quartieri afroamericani, della vita difficile e disagiata, di caseggiati poveri nelle cui ombre si muovono diavoli bluastri. E al di là di ironici riferimenti nei testi, davvero per anni questo genere ha portato con se una fama di poca rispettabilità e di diabolicità. Come anche i suoi “figli”, come ogni nuovo genere si porta dietro uno stigma sociale.

In realtà, tutto è come sempre un’opinione personale. Ma il blues è una musica che si porta dentro un forte potenziale di rivalsa. Si, la vita è dura. Si, è difficile andare avanti. No, non so se stasera avrò da mangiare. Ma non è una resa. I braccianti nei campi cantavano della loro Africa perduta, ma continuavano a farsi forza e a lavorare. Allo stesso modo i Bluesmen vivono la loro difficile esistenza, specie agli inizi, prima d’incidere qualcosa di cui abbiano i diritti. Si aggrappano alla loro vita e alla loro musica con le unghie e con i denti, e intanto suonano, cantano.

Vi lascio alle parole e al canto di Howlin’ Wolf, che magari sapranno spiegare che effetto faccia, avere addosso questi diavoli blu.

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