La vie bohème

di Erica Bouvier

«Imparare, fare, guardare, viaggiare.»
                      H. Hesse, Peter Camenzind.

Quando si pensa ai letterati, solitamente nella mente affiora l’immagine di un triste e solitario omino che, rinchiuso tra le mura di una biblioteca, legge vecchi tomi impolverati e scrive poesie malinconiche. Uno stereotipo che trova i suoi appigli in personaggi come Giacomo Leopardi, certo, ma di cui è impossibile la generalizzazione. Vi è una parte della nostra letteratura – e quindi della nostra cultura – che si fonda proprio sull’idea che un pensatore non può definirsi tale se non parte.
Fu lo stesso Jack Kerouac, massimo poeta della Beat Generation, a scrivere nel suo celebre Sulla strada:

«Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.»
«Per andare dove, amico?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

Stiamo parlando di quella fetta di opere condannate, nate dall’impellente bisogno di opporsi all’Accademia, spinte dal disperato desiderio di essere reali e di potersi dire vive .
Fu Rimbaud, a saldare definitivamente, nella seconda metà dell’Ottocento, questo stile di vita come bohèmien (nonostante le origini del termine siano molto più antiche e derivino dal fatto che molti dei gitani, il popolo viandante per eccellenza, proveniva dai territori della Boemia).
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Le origini di questa secolare tradizione letteraria risalgono, però, all’Alto Medioevo in cui, a discapito dei luoghi comuni che vedono questi anni come i più ortodossi, i clerici vagantes camminavano attraverso l’Europa offrendo opere letterarie ai Signori in cambio di denaro. Queste prefigurazioni dell’artista bohèmien erano spesso dei monaci senza sede o giovani che non avevano terminato gli studi e quindi, istruiti com’erano, vagabondavano per città e villaggi componendo scritti. Meglio conosciuti come goliardi, etichetta che rimanda al latino gula, ‘gola’ e che designava Goliath, il diavolo, ma anche le grandi abbuffate, essi producevano testi di ribellione, che denunciavano quella società che li aveva emarginati e, come tali, si distaccavano dalla morale comune, predicando l’amor carnale, il gioco, il vino. S’i fosse foco, arderei ‘l mondo, gridava Cecco Angiolieri, probabilmente il più famoso tra i poeti di nicchia medievali, rappresentante emblematico di una letteratura che fu importantissima per la tradizione italiana, ma anche per questo concetto di artista senza sede che, come vedremo, si è radicato nella nostra mentalità.
Durante tutto il Medio Evo, lo spirito goliardico si è intrecciato con quella che era la tradizione carnevalesca, producendo opere irriverenti, che quasi cadevano nel buffonesco o nel grottesco. Un ottimo esempio di questi maudit ante litteram, così detti proprio perché prefigurano i poeti maledetti francesi, sono gli studenti universitari che si spostavano da una sede all’altra e ai quali sono attribuiti i Carmina Burana, ovvero trecento canti anonimi, scritti in latino, francese e tedesco, risalenti al XII – XIII secolo. Uno dei canti più famosi e più sfacciati è Il canto dei bevitori, un inno alle taverne e al vino.
Curioso notare come dei concetti che riteniamo moderni, caratterizzanti una ribellione giovanile, siano in realtà radicati nella genesi della letteratura, quasi a ricordarci che di originale, in arte, non c’è nulla.
Questa corrente letteraria di nicchia, in ogni caso, non si è spenta con il Medio Evo, anzi, dimenticata per qualche tempo, è risorta quasi più forte di prima con il romanticismo tedesco e i poeti maledetti francesi, di cui già si è accennato. Avete tutti presente l’immagine di quell’uomo di spalle, in piedi su uno strapiombo, che guarda il Nulla?
Der 300px-Caspar_David_Friedrich_032Wanderer über dem Nebelmeer, di Caspar David Friedrich, è la perfetta rappresentazione della figura del viandante che der Romantik tedesco inaugura. Ma chi è questo Wanderer? Eichendorff, con il suo Aus dem Leben eines Taugenichts, racconta in un romanzo più che piacevole la vita dell’artista romantico che, con il suo violino, lascia la vita borghese per intraprendere la via della spiritualità, della natura, di ciò che davvero conta. È di nuovo un emarginato, un qualcuno che viene additato come Taugenichts, “perdigiorno” ad essere il centro della letteratura, ancora una volta concentrata sul viaggiare, sul prendere e partire, andare verso un chissà dove senza nulla se non la propria arte: «Se sono un buono a nulla, allora voglio andare in giro per il mondo e costruirmi da me la mia fortuna.»

Non è ancora finita qui, però, perché è Rimbaud a inneggiare quella che lui definisce Ma bohème, in una poesia autobiografica dalle “scarpe rotte”, in cui Arthur racconta le sue tante notti sotto il cielo stellato, quando non faceva che fuggire verso una meta che non avrebbe mai trovato. Con i poeti maledetti, in particolare con Verlaine, divenuto negli ultimi anni dello sua vita un vero e proprio senzatetto, l’idea del poeta viandante assume un valore radicale, un punto di non ritorno. È la poesia stessa di Rimbaud che diventa quasi incomprensibile, come se non avesse bisogno di essere letta e apprezzata dagli intellettuali, perché lui era oltre. La bohème è l’unico modo possibile per vivere, continuare ad andare e produrre letteratura,  ascoltando niente se non il tormento interiore. È un ribaltamento pessimistico, che è facile ricollegare ai i goliardi, rispetto all’idea di viandante romantica, piuttosto positiva, di una riscoperta della natura e di ciò che nel mondo c’è di veritiero.
Sono gli anni Sessanta del Novecento, invece, a riportare ad una visione colorata il concetto di artista bohèmien. Anche qui, negli Stati Uniti imborghesiti del dopo guerra, si scatena una rivoluzione culturale giovanile che santifica il viaggio senza meta e la letteratura anti – accademica. On-The-Road-Sulla-Strada
Abbiamo già accennato a Jack Kerouac, autore del manifesto di quella generazione, On the road, una vera e propria celebrazione al vagabondaggio, agli eccessi, agli anticonformismi, alle droghe. I beats urlano a squarciagola che un’esistenza lavoro – casa – villetta con giardino non può essere chiamata “vita”: prendere la macchina, partire per l’oltre, questo significa vivere.
Dopo aver seguito il corso della storia, ora, una riflessione ci tocca farla: se la letteratura degli emarginati esiste e non è morta, significherà pur qualcosa. Se questa gente – perdigiorno, poveracci, barboni, drogati – continua a parlare e a far breccia nei nostri cuori è perché forse qualche cosa di veritiero lo dicono. Forse, con il loro spezzare le ideologie correnti, riescono a portare a galla questioni che, altrimenti, nessuno analizzerebbe. O forse, forse è vero che sono solo dei nullafacenti, dei poco di buono, dei giullari, dei buffoni.Una cosa che dice Kerouac, però, è certa: «C’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai.» Ecco perché bisogna andare. Ecco la vita.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. librini ha detto:

    Comunque hanno bisogno di un qualche riconoscimento x essere letti, e la qual cosa li rende un po’ meno reietti.

    Mi piace

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