Perché cerchiamo di capire Kurt Cobain, senza riuscirci

il

k1Ottobre 1993. Mancano sei mesi alla parola fine, sei mesi a quel fucile puntato alla testa; ma Kurt non lo sa. Nessuno lo sa. Decide di concedere un’intervista a Rolling Stone, subito dopo un concerto oggettivamente disastroso: eppure è tranquillo, sorride, parla per quasi due ore. Il Kurt di due anni prima si sarebbe rifiutato di parlare, trasudando quel senso di inadeguatezza nei confronti della fama, a lungo provato. Ora, invece, l’abitudine gli mostra la via, e serenamente dichiara di non essere mai stato così felice in vita sua.

Eppure mancano sei mesi. Eppure sembra impossibile che, parlando della canzone “I hate myself and want to die”, egli risponda che è un titolo buffo che i critici hanno preso troppo sul serio, l’espressione di un intento completamente autoironico. Eppure sembra agghiacciante che il chitarrista faccia riferimento proprio al suo fucile, quel fucile, perché “talvolta è divertente andare a sparare”. Eppure ha sconfitto i problemi allo stomaco una volta per tutte, quei dolori che lo hanno tormentato per cinque anni e, allo stesso tempo, gli hanno permesso di esprimere la sua maggior creatività.

Tutto sembra aleggiare ad un’atmosfera di normalità e felicità; ogni aspetto sembrerebbe stabilire le premesse per un futuro più sereno.
Ma i sei mesi passano e, dopo un primo tentativo fallito a Roma, Kurt Cobain si spara a Seattle con quel fucile.

La vita del cantante non è stata un filo teso, una linea marcata che possiamo seguire e che riempie tutti i tasselli mancanti, che risponde a tutte le nostre domande; in essa non vige il legame causa-effetto come quello della razionalità.

Questo è uno dei messaggi che trasmette il documentario “Cobain: Montage of Heck” di Brett Morgen, il quale definisce la vita stessa di Kurt come una “contraddizione continua”. Ed è proprio questa contraddizione che ha impedito a chiunque di capire il perché delle azioni dell’eterno ventisettenne, partendo dalla passione per i pigiami e finendo con il suicidio, passando per l’abuso di eroina.
Il documentario risponde sì ad alcuni di questi quesiti, ma ne apre di nuovi allo stesso tempo: gran parte della sofferenza di Kurt viene rimandata al trauma vissuto, all’età di 8 anni, per il divorzio dei genitori, e per essere poi stato rifiutato da entrambi; l’esclusione da parte dei coetanei; il primo tentativo di suicidio a 16 anni.

Kurt non è un artista da capire. Egli stesso, nelle prime, burbere interviste, si rifiuta di spiegare il testo delle proprie canzoni: “sono molto più interessato alle vostre, di interpretazioni!”. Per lui il testo non aveva significato – e se ce l’aveva, era un significato nato e morto nel momento in cui la canzone veniva partorita, o comunque valido solo e unicamente per lui stesso. In fondo, le canzoni che scalarono inaspettatamente le classifiche nel 1991 furono scritte in una piccola e buia stanza di Aberdeen (sua città natale), dove “se quando suonavamo avevamo due spettatori, per noi [Nirvana] era già un concerto”.

kurt_cobain_montage_of_heck_gettyForse egli ha avuto successo (e non un successo qualsiasi, ma smisurato e completamente inaspettato) proprio per un’interpretazione sbagliata e anch’essa fuori misura dei testi, e della sua idea di essere artista. Quest’idea, per Kurt, coincideva esattamente con la filosofia punk. Il suo profondo amore per il genere non lo portò, però, a produrre melodie sulle orme di Sid Vicious, come verrebbe logico pensare: ma a dare vita a qualcosa di assolutamente innovativo. Oggi c’è chi dice che il grunge sia nato e morto con i Nirvana.

Altre e numerose contraddizioni sono rintracciabili in tutto il corso della sua esistenza. Nella lettera scritta prima di morire, Kurt dichiara di considerarsi “avverso al genere umano” dall’età di sette anni, per poi dire di amare profondamente ogni uomo, sentendosi garante di una profonda empatia.
Soprattutto, da bambino il frontman dei Nirvana era entrato in cura per essere iperattivo, per poi ritrovarsi a combattere con una depressione che quasi gli impediva di alzarsi dal letto nell’età adulta.

Essenzialmente, Kurt faceva quello che voleva. Senza dare giustificazioni. Continuò a spaccare strumenti e amplificatori durante i concerti, a presentarsi sul palco vestito da donna e in carrozzella. Non volle mai adeguarsi alla fama; mai si permise di vivere in un appartamento di lusso, mai di abituarsi propriamente alle conversazioni con i giornalisti (quella di Rolling Stone è ricordata come una storica eccezione). E’ stato descritto come un ragazzo divertente, generoso; ma anche molto fragile, sensibile. Forse troppo.

Brett Morgen e il suo documentario ci consentono di ridimensionare la figura del chitarrista, portandolo a un livello più umano e meno mitizzato – dipingendo la tela della sua vita con sempre più colori; soprattutto, mettendoci di fronte alla possibilità di guardare negli occhi Kurt Donald Cobain, forse per la prima volta. Di osservare ogni suo pregio e difetto, forza e debolezza; ma sempre senza la pretesta di volerli spiegare.

Io stessa ho a lungo cercato di avvicinarmi alle motivazioni di Kurt, cercando nei testi, nelle melodie, chiedendomi perché “è giusto mangiare i pesci, poiché non hanno sentimenti” [dalla canzone Something in the Way]; di scovare una spiegazione ulteriore nei diari, foto, interviste e live ricercati avidamente nel corso degli anni. Tutto ciò mi ha solo lasciata sempre più spaesata; di fronte ad un personaggio troppo complicato e troppo umano per poter avere, noi, la pretesa di comprenderlo pienamente.

In fondo, Kurt non ha mai voluto essere capito.
Kurt voleva una famiglia. Voleva non essere tradito e umiliato. E, più di ogni altra cosa, voleva non essere lasciato solo.

Se muori sei completamente felice e la tua anima, da qualche parte, continua a vivere. Non ho paura di morire. Pace totale dopo la morte, diventare qualcun altro è la speranza migliore che ho.
Kurt Cobain

di Elisa Telesca

Le citazioni iniziali sono prese dall’intervista di Rolling Stone del 1993; il resto dal documentario Cobain: Montage of Heck, e dalla lettera di addio To Boddah pronounced.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...