Per non dimenticare: la storia di Renato Servetti e la deportazione.

L’orrore dell’olocausto attuato dai nazisti conta migliaia di eventi sconvolgenti: uomini e donne morti per stenti, privati della propria identità, distrutti e uccisi nelle camere a gas. Questi eventi, considerati come uno dei più grandi crimini contro l’umanità maicommessi, sono stati possibili all’interno dei campi di concentramento, strutture inespugnabili nate come luogo di tortura e di morte. Uno di questi è Mauthausen, dove si svolge la storia di Renato Servettioggi residente a Dogliani, è uno degli ultimi testimoni diretti della deportazione nazista. Tenta di raccontare a più persone possibili gli eventi accaduti in quegli anni e il suo desiderio è quello di non far dimenticare, di rendere indelebile l’orrore per fare in modo che non venga ripetuto. 

Il portone del campo di Mauthausen (foto via internet/dominio pubblico)

Raggiunta la maggiore età, Renato inizia tre mesi di militare presso la caserma di Pinerolo. Attivo come partigiano, ha sempre rifiutato l’uso delle armi; con la venuta dei tedeschi ha tentato di fuggire chiedendo ospitalità presso alcune famiglie. “A Belvedere siamo stati ospitati da una famiglia: siamo stati nella stalla e ci hanno offerto del cibo. Siamo stati lì per tre o quattro giorni, ricordo ancora con affetto l’ospitalità di quelle persone” racconta. Il loro viaggio continua sino a San Giacomo di Roburen di Modovì, dove arrivano il 22 dicembre 1943. Dopo essere stati ospiti presso un’osteria, continuano il loro viaggio ma vengono presto  catturati da alcuni generali tedeschi: erano il trentotto, tra cui Renato e il suo caro amico Marchiò. Vengono portati prima a Mondovì, poi a Cairo Montenotte e a Torino. Dopo una fermata in Austria, arrivano a Mauthausen. Incamminati verso il campo, posto su un’altura, i deportati percorrono a piedi sei chilometri. “Arrivati all’ingresso del campo abbiamo visto questo portone bellissimo” racconta Renato, parlando dell’orrore comparso poi di fronte ai loro occhi. Spogliati di tutti i loro averi e picchiati per la prima volta, vengono lavati, rasati e condotti all’interno della struttura. Proprio la rasatura dei capelli è il marchio distintivo dei deportati di Mauthausen, al contrario di altri campi di concentramento all’interno dei quali ai deportati veniva tatuato il numero di riconoscimento: il rasoio veniva passato sulla nuca, così da accorciare una linea di circa tre dita al centro (la cosiddetta “autostrada”). “Di lì ha avuto inizio la nostra avventura, fatta di angherie, violenze e soprusi” afferma Renato. Viene poi consegnata loro una divisa a righe bianche e azzurre dove erano riportati alcuni simboli: “IT” che indica la nazionalità, triangolo rosso che indica la ragione della deportazione (quella politica) e un numero, per Renato il 59.138. Sa ancora come si pronuncia in tedesco: “Non si leggono i numeri come noi, ma l’ho imparato subito. Ti picchiavano se non rispondevi” racconta. Sono poi stati condotti alla cava della morte, il luogo del lavoro: si dovevano scendere 187 scalini e risalirli con delle grosse pietre, continuamente colpiti dai capi tedeschi. Una volta portate alla sommità, le pietre venivano lavorate e poi vendute. Esisteva anche quella che veniva chiamata “La parete dei paracadutisti”: intorno a tre laghetti profondi circa quattro o cinque metri venivano condotti gruppi di circa venti persone che veniva condotte a morire annegate oppure finite da un colpo di pistola; i cadaveri venivano buttati sulla “carrozza azzurra” e veniva portati via.

La “Parete dei Paracadutisti” (foto via Panoramio.com)

“Questa vita di sofferenza è durata diversi mesi, finché il 5 maggio 1945, alle 17.15, si apre il portale ed entrano tre o quattro camionette. Erano gli americani: ci chiesero se volevamo restare in quel luogo e farci curare. Io me ne sono andato, sono arrivato a Linz; sono entrato in uno zuccherificio e ho iniziato a mangiare zucchero come fossi un bambino” racconta. Sulla strada del ritorno Renato trova un “Campo internati italiani”, dove ha chiesto ospitalità, dove ha incontrato un caro amico che per qualche tempo è riuscito a procurargli da mangiare. Preso il treno, ritorna a Moncalieri e rimane diversi giorni in una caserma di quarantena; ritornando poi a casa scopre che la madre è morta. “Nonostante tutto quello che ho passato, questo è stato il dolore più grande della mia vita” commenta commosso. Pesando solo ventinove chili, sono seguiti diciassette mesi nell’ospedale di Alessandria, curato con la sovra-alimentazione e ventitré presso l’ospedale dell’ordine sovrano militare di Malta a Roma. Tornato a casa trova un lavoro ed incontra quella che diventerà sua moglie, Angela. Renato torna nel 1997 a Mauthausen; nel campo si stima siano morte 120.000 persone, ma probabilmente sono molte di più.

Nei lunghi mesi di prigionia, Renato non ha mai perso la speranza di tornare a casa. “Pensavo a mia madre, desideravo di tornare a casa per rivederla”. Nel 1975, presso il teatro di Dogliani, racconta per la prima volta la sua storia: quarant’anni dopo continua a partecipare a convegni e a portare la sua testimonianza ai giovani e nelle scuole.   “Io vivo per quello, voglio raccontare questa storia per il resto dei miei giorni, così che non venga dimenticata. Per me è un dovere” conclude. 

 

Di Alessia Alloesio

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