Cielum unum est: un solo tetto per una sola casa

Di Erica Bouvier

Cielum unum est, scrive Francesco Petrarca nelle Epystolae Familiares, II, 4. Il poeta si rivolge ad un suo amico, Severo, nel tentativo di consolarlo, perché esule dalla patria. Ma le Familiares sono lettere che nascondono l’intento trattatistico del Petrarca umanista. Ed è quello che, effettivamente, accade anche qui. Ai lamenti dell’amico, Petrarca 3_immigrazione-2risponde dicendo che l’esilio non esiste se non nella sua testa. “Esilio” è, letteralmente, “fuori dal suolo”: che cosa c’è di male nello star fuori?

Ognuno di noi tende a radicarsi nella propria terra d’origine, a crearsi un’identità, un luogo felice, un “porto sicuro”, per dirla in termini petrarcheschi. L’umanità, però, è disponibile fuori, aldilà dell’identità che ci creiamo, oltre la nostra lingua, oltre la nostra “Valchiusa”: là c’è casa. In questo Petrarca è estremamente moderno: immaginatevi un uomo del Trecento che esorta un suo amico a lanciarsi a capofitto nell’esilio e a viverlo non come condizione limitante, ma come “estero”, come unica vera fonte di conoscenza. Petrarca, viaggiatore per eccellenza, invita Severo a chiudere la porta e andarsene: solo in questo modo si può trovare la propria essenza, in altri casi si rimane un Nulla. La vera patria, urla Petrarca, è il cielo: ecco il tetto della nostra casa.

Curioso come questa lettera, che veniva inviata nel Trecento, splenda oggi in tutta la sua grandiosa attualità; il tema dello “straniero”, infatti, non ci suona nuovo. Questa parola viene usata (o forse sarebbe meglio dire abusata) da tutti i media che, giorno e notte, ci tempestano di informazioni su quello che parrebbe essere il “problema immigrazione”. Mi guardo intorno, ascolto i commenti delle persone e sento sempre più spesso le parole: “che se ne tornino a casa loro!” Vero, certo, se non fosse che, proprio come ci ha appena spiegato Petrarca, la loro casa è la nostra. Le radici, quelle sono il nostro impedimento: come si può essere uomini di cultura, consci del proprio animo, se si è intrappolati in un’identità? Ecco, ora, io penso che sia quantomeno interessante riflettere su questi argomenti, per tentare di non cadere nella xenofobia, scatenata dal timore che le televisioni e la rete internet fanno esplodere dentro di noi. Insomma, niente panico: c’è da pensare.

Quello che più mi tocca, di tutta questa situazione, è sentire come il mondo ne parli in quanto questione. Centinaia di uomini morti, e tutto ciò che si riesce a dire è: “una questione complicata”, “un problema da risolvere”. Mi fa paura – questo sì che mi spaventa – ascoltare persone che ho sempre ritenuto umane parlare di altri esseri umani come “questione”.

Boccaccio scriveva, relativamente ai morti di peste, che “né erano per ciò questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe a capre”: nessuno si curava degli appestati, tanto che erano posti al livello di capre, di animali. Allo stesso modo, oggi noi consideriamo i morti in mare: delle bestie, dei numeri. È come se non ci volessimo rendere conto della concretezza di quei corpi, che sono fatti di anima e carne e sentimenti, continuando a definirli “questione”, dandogli un valore astratto.

L’identità, le radici, le origini sono senz’ombra di dubbio downloadsentite da qualsiasi persona, me compresa, ma forse il messaggio di Petrarca, quello che davvero lui voleva dirci, è che quest’attaccamento al luogo, ad una casa, ad un porto fa sì che si cada nell’ignoranza, intesa come ignoranza di quello che è il mondo aldilà del nostro naso. Forse, allora, bisogna tentare (concettualmente) di ammettere come condizione fondamentale dell’essere umano l’essere all’estero, sempre e comunque. È vero, si nasce e si cresce in un luogo, ma se il mettere radici in esso significa non provare pena nei confronti di persone che muoiono, allora io non ci sto. Allora, se così è, io voglio vivere nel mondo, voglio ammettere l’idea petrarchesca per la quale io, un francese, un albanese, un etiope, un israeliano, per quanto diversi, abitiamo la stessa casa sotto lo stesso cielo.

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