Rivoli-Kolkata “sulle ali dell’amore”

Indiadi Valentina Ribba

Quest’estate c’è chi è andato in vacanza, chi ha visitato un luogo nuovo o è tornato in un posto speciale, chi è stato a casa, chi ha studiato… E poi ci sono loro: 26 ragazzi che dall’11 agosto all’1 settembre hanno fatto un viaggio “sulle ali dell’amore” per scoprire i luoghi dove operò madre Teresa.

Partendo da Rivoli il gruppo è volato in India e ha vissuto nelle città di Calcutta e New Delhi. Tra baraccopoli, orfanotrofi e case d’accoglienza, questi ragazzi hanno scoperto la bellezza nella sofferenza e quanto siano importanti le piccole cose. Hanno provato la fatica, sofferto il caldo, sono entrati a contatto con una realtà poverissima e vi hanno vissuto, ma soprattutto hanno scoperto la realtà della morte, lo sconforto delle suore e dei volontari che, per quanto ci provino, non possono aiutare tutti, la felicità di quelli a cui è stata data una mano e l’accoglienza di tutte le persone che hanno incontrato. Questa medesima accoglienza è ciò che i ragazzi hanno cercato di trasmettere venerdì 25 settembre, quando hanno preparato la serata di “RESTITUZIONE” del loro viaggio. Hanno fatto togliere ai partecipanti le scarpe, li hanno fatti accomodare su teli stesi a terra e offerto loro Chai (bevanda tipica indiana), dopodiché con fotografie, video e canzoni hanno raccontato la bellezza dell’India a chi non l’ha vissuta.

《L’esperienza di cui vi voglio parlare io – racconta una ragazza – è il servizio alle baraccopoli. Sotto un ponte all’imbocco di un autostrada c’era la baraccopoli in cui siamo stati noi: vi vivevano diverse famiglie, ognuna era composta da 7/8 persone che vivevano tutte insieme in una baracca, cioè un piccolo quadrato di terra ricavato sotto al ponte. Quando lo spazio tra ponte e terra era troppo basso per potersi insediare il “quadrato” era ricavato scavando una buca. Lì c’era tutta la loro vita e tutte le loro cose, all’interno tutto era in ordine, poiché quel poco che avevano doveva essere tenuto bene. La maggior parte della giornata la trascorrevano all’aperto: si lavavano, mangiavano e vivevano fuori.》

Altri ragazzi hanno raccontato della loro esperienza con i bambini. casa della provvidenzaDue ragazze in particolare sono state in un orfanotrofio gestito dalle Suore della Provvidenza, le quali hanno istituito la SAD, un’associazione Onlus che ormai da anni si occupa del sostegno a distanza. La casa in cui hanno fatto servizio di volontariato si trova a Barasat, una frazione di Calcutta, ed è chiamata Sanjeevani Sadan che in hindi significa Casa della Provvidenza. Ospita bambine dai 3 ai 9 anni, che le suore tolgono dalla strada e offrono loro una casa e una scuola dove imparare.

L’esperienza che però tutti ricordano con maggior entusiasmo, nonché tappa fondamentale del viaggio, è stata la Casa Kalighat, fondata da Madre Teresa. Qui hanno conosciuto un’anziana infermiera italiana, che dopo la pensione ha deciso di trasferirsi in India con le Missionarie della Carità, torna in Italia solamente per rinnovare il visto e da più di vent’anni trascorre le sue giornate con i senzatetto e i malati. La Casa Kalighat è stata inaugurata il 22 agosto 1952 e chiamata così in onore dei morenti, oggi è invece chiamata Nirmal Hriday, cioè Casa dei puri di cuore. Qui le persone sono divise fra uomini, donne e bambini, in base alla gravità della situazione di ognuno, alle loro competenze e ai bisogni delle strutture che dipendono dalle Missionarie della Carità. Ogni mattina i volontari setacciano le strade alla ricerca di senzatetto e malati da portare nella struttura per essere curati. Si dedicano inoltre a lavori fisici, quali fare il bucato, lavare le persone, farle mangiare, pulire la struttura. Tutte cose che sembra normali fare, ma che contribuiscono a dare dignità alla persona.

Uno dei racconti che più mi ha colpito è stata l’esperienza di due ragazzi che sono stati nel lebbrosario, a contatto con chi è guarito dopo aver contratto la lebbra, ma che, anche se non più malato, è comunque emarginato a causa dei pregiudizi dalla società.

《Il lebbrosario – racconta uno dei due – è grande come un campus universitario, e chi è universitario capisce cosa voglio dire: aree sparse, immense, suddiviso in varie parti, tra cui l’ala dei malati, in cui ovviamente non siamo potuti andare, e l’ala di chi è guarito. Se c’è una cosa di cui mi sono pentito è di non essere riuscito a toccarli – continua – Richi l’ha fatto, ma subito dopo si è lavato le mani con il disinfettante e purtroppo alcuni di loro lo hanno visto.》

《Il Lebbrosario mi ha dato l’idea di una città dentro la città, anche se non ritorni alla tua vita non è detto che non si possa ricominciare a vivere.》

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