Nirvana: filosofie orientali ed eutanasie digitali

Ci sono Christopher Lambert, Sergio Rubini e Stefania Rocca in un ex fabbrica Alfa Romeo e stanno girando un film di fantascienza che ruota intorno a un’intelligenza artificiale con la faccia di Diego Abatantuono. Suona troppo strano anche per essere l’inizio di una barzelletta, eh? E invece è successo davvero, e vi stupirò ancora: la colonna sonora ha pezzi dei NOFX e dei Traffic. E sul poster c’è Luisa Corna truccata da dea indù.

C’è la prova, ora dovete credermi. Non l’ho photoshoppata, giuro

La fantascienza è stato un genere sempre ostico per il cinema italiano. Abbiamo un passato di eccezioni meritevoli, ma passate sempre abbastanza in sordina sulla scena cinematografica mondiale o addirittura presentate sotto pseudonimo, per evitare quel pregiudizio latente che definisce il cinema del bel paese come mediocre. Dopo gli anni ’80, il genere in Italia sembrava forse estinto, ma nel 1997 Gabriele Salvatores, già Oscar nel 1991 come miglior film straniero grazie a Mediterraneo, gira Nirvana, riattando a set cinematografico il degradato quartiere Portello di Milano. In patria Nirvana incassò bene, all’estero meno, e divise la critica ovunque.

Una storia semplice, ma ricca di spunti che pescano a piene mani da un decennio abbondante di cyberpunk e ne anticipano la nuova ondata. Un programmatore di videogiochi, tormentato dal ricordo della sua ex-compagna fuggita da lui, scopre che il protagonista della sua nuova creazione è diventato senziente, ha capito di vivere in un gioco e non gli va. Gli promette di cancellarlo e liberarlo dalla sua “non vita”. Per questo inizia un viaggio nello sprawl, nei quartieri “pericolosi” dell’agglomerato urbano, casa di poveri, criminali, attivisti e qualunque forma di vita ritenuta inadatta a vivere in centro, nella dorata illusione di progresso riservata ai potenti, ai ricchi, e a chi lavora per loro. Oltrepassando il bordo dello specchio, inizierà a smuovere e affrontare realtà più grandi di lui, sacrificando la sua carriera per la promessa fatta alla sua creatura.

Se vogliamo guardarla in maniera molto ampia, Nirvana è una storia di eutanasia.
Solo (un fantastico Diego Abatantuono), protagonista del gioco creato da Jimi (Christopher Lambert), prende coscienza di sé, realizza la sua condizione, condannato a ripetere in eterno, morire violentemente e ripartire da capo a ogni nuova partita. E chiede salvezza da questa condanna, una sola morte per non viverne mille. La sua sola autocoscienza ne fa un essere umano?

Per Jimi sembra essere così, visto quanto affronta per onorare la promessa fatta a un essere che in realtà potrebbe solo essere un insieme di impulsi in un circuito. Un tema principe della fantascienza sin da Asimov: cosa definisce un essere come “vivente” ? Cos’è la coscienza, la realtà? Come si distingue la vita che Jimi conduce nel suo attico da quella della sua creatura? Un immaginario che pesca a piene mani da Blade Runner e dai romanzi di William Gibson, di Philip K. Dick, così come dalle loro ambientazioni. Non c’è la pioggia, di cui parlavamo nell’articolo sull’opera di Ridley Scott, ma c’è la neve, a ingombrare il cielo e la scena nella città multietnica e dalle molte facce che ospita le vicende nel mondo reale. Una neve che non aiuta a rendere il mondo meno frenetico e meno brulicante, da cui si sfugge sottoterra, dove viene sostituita da fumo e ombre. Ritroviamo un altro elemento del cyberpunk nel melting pot che popola la città, un popolo di popoli che danno nome e aspetto ai quartieri che abitano, caratterizzati su tutti i fronti, visivi, sonori e sociali. Un ambiente urbano esteso in verticale, sopra e sotto il suolo. Sobborghi violenti, dove si rischia la vita costantemente per debiti, per divertimento o per aver provocato l’ira della persona sbagliata, dove ci si vende un organo, ma forse più genuini di un centro città dove la vita si trascina uguale a se stessa, con decisioni prese da pochi e una popolazione inerte che si lascia guidare in una prigione dorata di cui è inconsapevole. Su un altro piano, c’è la scenografia del cyberspazio, in cui lo scenario varia dal caricaturale al surreale, passando dagli ambienti del gioco, un’avventura dalle forti tinte noir, a una raffigurazione della rete che ricorda Tron, alle suggestioni psicologiche e le impossibili architetture di un firewall a protezione di un sistema inviolabile, che anticipano il ben più recente Inception nell’uso dei simboli per rappresentare la psiche umana.

I comprimari e le comparse non sono da meno, un grande spaccato della civiltà degenerata del cyberpunk. Il campionario è praticamente completo: trafficanti potenti e traffichini indebitati, guru tecnologici, attivisti cibernetici, tassisti-spacciatori-arrampicatori sociali, psicopatici, pervertiti, ladri di organi, Agenti Corporativi. Portati sullo schermo da interpreti noti ai più per scene comiche, e che invece letteralmente divorano i loro ruoli.
Non ci sono parole per descrivere l’impatto di vedere la scena del cabaret milanese degli anni ’90 e ’00 animare un sottobosco distopico e frenetico al punto giusto.
Alcuni hanno mosso critiche alla prova attoriale di Christopher Lambert, definito inespressivo e spaesato, ma secondo la mia personale opinione è assolutamente adatto al suo personaggio. Non è un affabile eroe che le ha viste tutte, come lo abbiamo adorato in Higlander. Jimi non è Connor MacLeod. Jimi è un creativo depresso intrappolato nella prigione d’oro del suo contratto. Un gioco all’anno, tutti gli anni. E quando spezza il cerchio, avventurandosi nel mondo all’esterno del suo attico, diventa un pesce fuor d’acqua, vittima degli eventi e delle conseguenze che le sue azioni porteranno. Ha preso la decisione di uscire dalla gabbia, ma nessuno gli ha mai spiegato come muoversi nel mondo che lo circonda, non è mai, mai indipendente. Non lo era nemmeno prima, e forse l’intera vicenda che vivrà lo renderà più libero nella sua consapevolezza di aver bisogno di amici, di complici.

Christopher lambert in una scena chiave del film. Notare il kit per la connessione al cyberspazio

Mi permetto di spendere poi una parola sul concept con cui viene reso l’hacking. Il film usa molti effetti speciali, molta CGI, ma anche movimenti di camera ben studiati ed effetti pratici, mostrando una connessione fisica al computer e al cyberspazio, già esplorate da altri in passato, ma con una presentazione ben più studiata, dove la regia di Salvatores dona vita a scene che influenzeranno molto i fratelli Wachowski nel loro Matrix, uscito due anni più tardi. Non si viene teletrasportati in rete come in Tron. Il corpo resta nel mondo fisico, sente gli stimoli esterni, ma freme, soffre e sanguina per quello che vive nel mondo digitale. E anche questa, come altre scelte stilistiche, ci mostra come ci sia un autore e un regista, dietro il film, con una visione e un’idea che incanala influenze esterne e dà loro forma con una competenza sopraffina, ma senza snaturarle. C’è un motivo se ad oggi è il miglior incasso del suo regista, e il maggior successo italiano in questo genere. I tempi sono maturi, sarebbe ora di veder ricomparire dei progetti di questa caratura.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...