William Friedkin tra gli studenti dell’Università di Torino

Nell’attraversare la soglia dell’Aula Magna del Rettorato di Unito, William Friedkin viene accolto come un divo, tra lo scrosciare degli  applausi degli studenti accorsi ad ascoltarlo e i flash delle macchine fotografiche.
E’ vestito completamente di nero come Killer Joe, il protagonista dell’ omonimo pluripremiato film risalente al 2011: la sua ultima esperienza con il cinema. E’ sorridente e rilassato, saluta il suo pubblico con ampi gesti delle mani e non sembra affatto sentire il peso dei suoi 80 anni né quello del suo ruolo di ‘’mostro sacro’’ del cinema.
friedkin

Il regista de ‘L’esorcista’,’Vivere e morire a L.A.’, ‘Il braccio violento della legge’ e tanti altri capolavori si trova a Torino per dirigere L’Aida, di Giuseppe Verdi, al Teatro Regio. Con lui ci sono il Direttore Artistico del Regio, Gaston Fournier-Facio e il Professor Giaime Alonge,ma Friedkin si dedica completamente al suo pubblico, offrendosi di rispondere a  tutte le domande e le curiosità, e impartendo consigli e incoraggiamenti. Il Maestro ci tiene a ribadire l’unicità dell’arte ‘’Potete imparare a dipingere ma non sarete mai Rembrandt. Potrete però essere migliori di lui.’’
e racconta di come sia cambiata la Settima Arte dai suoi esordi ‘’Oggi il cinema non fa più distinzioni relative all’etnia, al sesso o alle classi sociali. Oggi la tecnologia è alla portata di tutti, chiunque può permettersi una telecamera e mettere su internet il proprio girato dimostrando il proprio valore. La determinazione è la chiave del successo’’e ancora ‘’Non esiste educazione nell’arte. Il fulcro è il Talento, che non può essere insegnato o imparato. E’ un dono di dio (-God given-)’’.

Prosegue parlando dei maestri che l’hanno ispirato, dell’influenza che i grandi registi italiani hanno avuto sulla sua arte, in particolare cita Fellini e Antonioni e il fatto che lui ancora aspiri a fare film all’altezza dei loro. Parla di Quarto Potere, il film che gli ha fatto prendere la decisione di dedicare la propria vita al cinema, e invita scherzosamente ad uscire dall’aula chi non abbia visto l’opera di Orson Welles. Durante l’intera conferenza resta in piedi, un piede appoggiato sulla sedia. Non si siede perché ‘’sedersi è una cosa da vecchi’’. Scherza, prende in giro i suoi accompagnatori, ma a vederlo e ascoltarlo si viene catturati dal suo idealismo e dal suo carisma; davvero ci si dimentica che sia nato nel 1935.

Non manca una sorta di ‘’revisionismo’’ verso la sua stessa carriera. Nonostante non sia il migliore (né il suo preferito ) tra i suoi film, certamente L’esorcista è quello che gli ha donato la maggiore notorietà, quello per cui viene più spesso citato, eppure rivela di non amare affatto i film horror, la maggior parte dei quali si limita ad offrire ‘’(…)spaventi in cambio di dollari. (…) La storia dell’Esorcista è in realtà un racconto sulla fede e sullo spiritualismo narrato in modo realistico in quanto tratto da una storia vera risalente al periodo in cui la medicina ancora non era in grado di riconoscere i casi di possedimento demoniaco come episodi di schizofrenia. (…) Da allora non ho più trovato una storia così potente sulla fede.’’
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E poi, rispondendo alla domanda di una ragazza di origini asiatiche, parla del cinema cinese, che oggi sta diventando più potente di quello statunitense, e dell’importanza  che questo fatto potrà avere a livello di rinnovamento dell’ideologia culturale che domina le pellicole. Tra i suoi autori preferiti spiega, alcuni sono cinesi, cita ad esempio John Woo.
Prosegue con divertenti aneddoti sulle scelte del casting e sull’importanza che la fortuna ha avuto nella riuscita delle sue pellicole, lui definisce l’intervento della sorte come ‘’la benedizione del DIO DEL CINEMA’’.

L’incontro si protrae per oltre un’ora e mezza, diventando più personale e intimo quando si parla del rapporto di William Friedkin con il cinema moderno. ‘’Non so se comincerei una carriera cinematografica oggi’’. Il cinema negli anni è diventato sempre più votato a ideali meramente commerciali, perdendo la sua anima. ‘’Ormai vengono girati solo questi film poco credibili con dei tizi vestiti di spandex che svolazzano per la città, senza alcuna attinenza con il mondo o con storie di persone reali. Total bullshit.(…) Ormai piuttosto che andare al cinema preferisco rimanere a casa a leggere un libro…’’.  Anche i cambiamenti tecnici sembrano provocargli una certa nostalgia, la morte della pellicola in 35mm in particolare, ma anche l’avvento della moderna tecnologia social, l’abitudine di guardare film sui più disparati supporti  ‘’Come si può pensare di guardare Lawrence d’Arabia sullo schermo di un cellulare?’’ e spiega come tutto ciò l’abbia portato alla riscoperta dell’arte classica in tutte le sue forme, ‘’un tempo si producevano opere mesmerizzanti come la scultura del Cristo Velato. Oggi si definisce arte una tela malamente imbrattata di nero.’’ e da questo l’approdo al teatro, all’Aida, a tal proposito dice ‘’(…) è un modo completamente diverso da quello cinematografico di intendere la regia. In un film il regista ha potere decisionale assoluto su ogni singola fase del processo fried unitocreativo. A teatro invece si tratta più di una collaborazione con altri ruoli parimenti importanti, come il direttore d’orchestra, i musicisti, gli attori, e l’Autore dello spettacolo non è chi lo dirige ma chi lo ha scritto, in questo caso Giuseppe Verdi.’’

E’ di nuovo al futuro che William Friedkin volge lo sguardo prima di salutare un’ultima volta gli studenti e prima di venire assalito dalla folla festante che reclama autografi e strette di mano:  ‘’Tutto questo non deve creare pessimismo ma deve essere una spinta per creare qualcosa di nuovo, per andare avanti.’’

La messa in scena dell’Aida di Friedkin ha debuttato il 14 ottobre aprendo la stagione 2015-16 del Teatro Regio, ricevendo ampie lodi tanto dal pubblico quanto dalla critica specializzata.

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