Dai Tunnel alla Rete: Gli hacker e la loro etica

Hacker, una parola che oggi genera paura nell’utente medio, che fa tremare i proprietari di banche dati e spaventa i bambini dell’era digitale. Ma davvero stiamo parlando dell’uomo nero dell’informatica? Oppure, dietro questo luogo comune, si nasconde qualcos’altro?

Il Glider, simbolo molto diffuso tra gli hacker come “bandiera”

Il termine Hacker emerse per la prima volta nel gergo studentesco dell’MIT, negli anni ’20. Si definiva “Tunnel Hacking” il passatempo (non ufficialmente autorizzato)  che consisteva nell’esplorare gallerie e corridoi sotterranei che si estendevano per tutto il campus. Un giorno qualcuno si rese conto che con lo stesso spirito si poteva “esplorare” il sistema telefonico del campus e fare scherzi, dando vita al “phone hacking”o “Phreaking”.
Nel 1950 il termine trovò un’ulteriore accezione nel club di modellismo ferroviario dell’istituto. In mezzo al gruppo di appassionati che costruivano scenari e trenini elettrici, si formò il più ristretto comitato “Signals & Power”, che si occupava della parte elettrica, utilizzando un sistema di relè telefonici, molto simili alla rete del campus stesso. Realizzando l’utilità di risparmiare usando il materiale disponibile in maniera produttiva, questi nuovi “hacker” iniziarono a sperimentare e rendere sempre più efficiente la rete di comando, al punto che un singolo operatore poteva comandarla tutta da un solo telefono. Qui il concetto stesso di hacking arrivò a un punto di svolta: non si trattava più solo di esplorare e fare scherzi, ma di sperimentare con le possibilità di una tecnologia, fino a ottenerne il massimo potenziale. Quando al campus sbarcò il TX-0, uno dei primissimi computer, il richiamo di una nuova tecnologia, unito a quello spirito ribelle da sempre bandiera dell’MIT, divenne una forza irresistibile.

Una forza che spinse l’intero comitato S & P a trovare un modo per mettere le mani su questa meraviglia. Quando i membri del club di modellismo entrarono nella sala di controllo del rudimentale calcolatore, portarono con sé l’approccio tecnico sviluppato risparmiando sui materiali per il controllo delle rotaie. Ignorando quasi completamente i canoni di programmazione dell’epoca, tagliarono e sfrondarono i programmi, per renderli più leggeri, per risparmiare sulle risorse e sui tempi di calcolo.
Ma ancora, il lato giocoso dello spirito hacker sopravvisse. Sopravvisse nella volontà di dare vita a creazioni divertenti, sfiziose, non necessariamente dotate di scopo.
Spacewar! nacque così, come un passatempo. E invece fu il primo videogioco di sempre. Imperversò nei mainframe delle università, degli istituti di ricerca, delle agenzie governative, manifesto vivente di quante possibilità interattive offrisse la programmazione. E viaggiò di mano in mano, gratuitamente. Come molte creazioni, prima e dopo, degli hacker, non fu mai coperta da copyright. Si trattava di un giochino creato solo per passare il tempo, perché farlo pagare?
Questa prima generazione di Computer Hacker portò avanti la propria ricerca in gruppi che si incontravano di persona, che si mandavano appunti per posta, ma sognavano già in grande. Sognavano di cooperare su scala mondiale, di comunicare in maniera più rapida, più efficiente.

E il loro sogno iniziò a prendere forma negli anni ’70/’80. L’arrivo di ARPANET, TelNet e Internet, in rapida successione, fece nascere una nuova generazione di “smanettoni”: quelli che comunicano per via telematica, che aumentarono rapidamente di numero. E, con l’aumento di numero, arrivarono persone che pensarono di usare il loro ingegno per il guadagno personale. La filosofia innocuamente anarchica degli universitari venne traviata e usata come scusante da individui che agivano per il proprio guadagno personale.

Negli anni ’90, per la stampa, hacker divenne sinonimo di pirata informatico. Indicava chi violava database, caselle e-mail e conti bancari, chi copiava e distribuiva illegalmente film, musica, programmi informatici. Il fatto che questi criminali si nascondessero dietro pseudonimi, che si radunassero in “gang virtuali”, contribuiva a definire un immagine negativa. Se si fa una cosa bella, perché non metterci la faccia? Consapevoli del fatto che le loro azioni fossero contrarie all’etica dei loro predecessori e delle loro controparti oneste, evitavano di metterci la faccia.
Nell’etica hacker, autodefinirsi tale è progressivamente diventato un atto di superbia. In generale, si viene riconosciuti come tali dagli altri. La competenza viene prima di tutto. Fare, Saper Fare, Saper Imparare a Fare, Condividere: ecco le cose che meritano davvero rispetto.
Parecchi hacker, oggigiorno, seguono questi principi fondamentali:

1) Il mondo è pieno di affascinanti problemi che aspettano di essere risolti.
L’hacking propriamente detto consiste esattamente in questo. Trovarsi di fronte a nuovi sistemi, nuovi problemi, nuove funzioni, non necessariamente documentate da chi ha creato la macchina o i programmi su cui si lavora. E, per diventare bravi a farlo, mentre lo si fa bisogna divertirsi.

2) Nessun problema dovrebbe essere risolto più di una volta.
Non vuol dire che non si debba discutere delle soluzioni o che non si possano cercare nuove vie, ma è buona regola condividere la propria soluzione per non costringere altri a reinventare la ruota quando potrebbero dedicarsi a problemi nuovi e insoluti. In questo senso si inserisce la lotta per il libero accesso alla rete e ai dati dei sistemi informatici.

3) La noia e i lavori ripetitivi sono il male.
Trovarsi incastrati in un attività noiosa e ripetitiva, che si potrebbe semplificare o automatizzare, è visto come uno spreco, a meno che non sia un esercizio volontario atto a raffinare un abilità.

4) La libertà è un bene.
Gli hacker rifiutano l’autorità; in quanto un soggetto autoritario tende a intralciare la risoluzione di problemi adducendo futili motivi. Questo non implica un totale rifiuto della società.
I governi, le forze di polizia e sicurezza, le scuole, la sanità, i servizi e le infrastrutture sono necessari a ogni essere umano. E l’hacker sacrifica volentieri una fetta della propria libertà in cambio di alcuni servizi essenziali. Questo però è un compromesso essenziale e consapevole, non una resa totale e assoluta nei confronti del sistema, verso cui si rimane comunque critici.

5) L’atteggiamento non sostituisce la competenza.
Apparire come un hacker non rende tale. La cosa veramente importante non è come ci si pone, è cosa si sa fare. Saper fare qualcosa merita rispetto. Saper fare qualcosa di particolarmente difficile merita più rispetto. Si preferiscono conoscenze in campi informatici, ma qualsiasi competenza va riconosciuta e apprezzata.

In omaggio a questi principi, la quasi totalità delle comunità di hacking lavora con materiali open source, con software liberi, e condividono il proprio lavoro, nella costante ottica di migliorare il mondo, aiutando a risolvere problemi.

Per ulteriori riferimenti, rimando alla fonte fondamentale da cui ho preso le nozioni sulla cultura hacker.
Cathedral of the Bazaar, o CATB.org è il sito di Eric S. Raymond, uno dei principali volti pubblici della comunità, e attuale manutentore del “Jargon File“, un glossario più o meno completo del lessico e del mondo hacker.

Mauro Antonio Corrado Auditore

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