Cronache dal 33° Torino Film Festival

Quando si tratta di esprimere un giudizio sulla loro città, i torinesi non hanno vie di mezzo. Torino si ama o si odia. C’è chi non sopporta il grigiore, i rigidi e lunghi inverni, il carattere freddo dei piemontesi, i viali larghi e desolati, il fatto che Torino sia troppo grande per essere considerata un paese e troppo piccola per essere metropoli, senza però sfuggire ai difetti dell’una o dell’altra condizione. E poi c’è chi ama le architetture ‘settecentesche dei palazzi del centro, il profumo di tigli che si sprigiona sul Lungo Po nelle serate estive, quel modo curioso che la Mole ha di spuntare, che ti coglie sempre un po’ di sorpresa mentre cammini per le vie del centro, spuntando maestosa sopra gli altri palazzi.

Tuttavia c’è una manifestazione che dovrebbe superare la dicotomia di amore e odio e mettere tutti d’accordo, il Torino Film Festival. Giunto quest’anno alla 33° edizione, il TFF ha saputo imporsi nel variegato panorama festivaliero cinematografico italiano per la capacità di mettere la passione per la settima arte davanti al glam che accompagna questo tipo di eventi, un festival piccolo in confronto ad altri suoi concorrenti, ma in grado ogni anno di proporre una vasta scelta di anteprime – si veda il caso di The Raid qualche anno fa, la sua unica proiezione italiana prima dell’uscita home video, o l’ultimo film dei fratelli Coen due anni fa oppure quello di Woody Allen l’anno scorso – retrospettive di altissima qualità e giurie capaci e consapevoli. Una manifestazione che dovrebbe rendere fiero ogni torinese.

Questa edizione, dedicata ad Orson Welles (svolgendosi nel centenario della sua nascita e nel trentennale della morte), ha visto come direttrice Manuela Martini, Valerio Mastandrea ha presieduto la giuria e Julien Temple è stato nominato Special Guest Director.

La retrospettiva di quest’anno, intitolata “Cose che verranno” dall’omonimo film del ’36 sceneggiato da H.G. Wells, era dedicata al cinema di fantascienza e ha visto la proiezione dei più importanti capisaldi del genere, dalle varie versioni di Blade Runner a Strange Days, da Death Race 2000 a Mad Max passando per Akira, Brazil, Arancia Meccanica, Westworld e Soylent Green. Una proiezione particolarmente interessante è stata quella di Terrore nello Spazio, film culto di Mario Bava del 1965, all’epoca bollato come B-movie, oggi riscoperto per la visionarietà del regista, capace di trasformare la mancanza di budget nello spunto per mettere in atto idee e tecniche innovative. Il film, che è stato lo spunto principale da cui quattordici anni dopo Ridley Scott ha tratto Alien, è stato presentato da due ospiti d’eccezione: il regista danese Nicolas Winding Refn e il leggendario produttore e fondatore della IIP, Fulvio Lucisano.

Tra le numerose anteprime internazionali c’erano:

Shinjuku Swan: l’ultimo film del poliedrico Maestro giapponese Sion Sono, che abbandona la violenza e lo splatter per raccontare Shinjuku, il quartiere più folle di Tokyo, quello dei divertimenti, delle sbronze moleste in giacca e cravatta, delle prostitute vestite da liceali. Una storia a tratti grottesca e a tratti drammatica ambientata nel mondo dello ”scouting”, una sorta di protettorato di hostess e prostitute. Profondamente asiatico nello stile, necessita una certa preparazione mentale, ma una pellicola assolutamente interessante.

The Nightmare: secondo film di Rodney Ascher, inquietante mockumentary ambientato nell’orrido mondo delle paralisi del sonno. Nonostante una messa in scena brutta e a tratti imbarazzante e il tradimento dell’idea di fondo di creare un documentario, la pellicola gode di un’idea di base talmente potente da essere effettivamente terrificante.

The Hong Kong Trilogy – Preschooled, Preoccupied, Preposterous: opera che mescola fiction e realtà firmata da Christopher Doyle, storico direttore della fotografia di Wong Kar Wai. Protagonista è la città di Hong Kong, raccontata non attraverso le architetture dei suoi modernissimi palazzi, ma tramite le voci dei suoi abitanti. Non ci sono attori, ma persone prese dalla strada che interpretano il ruolo di sè stesse in tre racconti intrecciati tra loro, onirici e visionari, teneri e istruttivi.

Final Girls: rivisitazione del genere slasher in chiave meta, il film di Todd Strauss-Schulson riprende il discorso iniziato con film come Quella Casa nel Bosco e Scream. Si racconta di una ragazzina, la cui defunta madre era stata interprete di un film slasher anni ’80 passato alla storia per il suo stile campy, che attraverso un artificio entra con i suoi amici nel film stesso, come ne ”La Rosa Purpurea del Cairo” o ”Last Action Hero”. Divertente, ma non all’altezza dei suoi predecessori/ispiratori.

Inoltre, Julien Temple ha presentato la propria rassegna intitolata ”A Matter Of Life And Death”, all’interno della quale ha proposto il suo ultimo film The Ecstasy Of Wilko Johnson.

Il premio della giuria è andato al francese Keeper, sulle difficoltà affrontate da un’adolescente economicamente svantaggiata che decide caparbiamente di portare avanti una gravidanza inattesa.
Ancora una volta la manifestazione è stata densissima e pregna di eventi, lasciando come unico rammarico lo stesso di sempre: il fatto che sia umanamente impossibile stare dietro ad una così fitta programmazione.

La città del cinema non si ferma mai, e a pochi giorni dalla fine del TFF comincia il SottoDiciotto Film Festival, dedicato ai cinematografi alle prime armi.

di Marco Fassetta

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