“Irrational Man” (o l’irrazionalità del caso)

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Un professore di filosofia stanco della propria vita, un discorso ascoltato per caso all’interno di un locale, la rivelazione in grado di cambiare il corso di un’esistenza: sono questi gli ingredienti che, mixati insieme e shakerati con un pizzico del cinismo alleniano che tanto conosciamo e amiamo, hanno dato vita ad “Irrational Man”, uscito nelle sale italiane a fine 2015.

Ultima fatica di Woody Allen, che quest’anno ha spento l’ottantesima candelina, il lungometraggio che narra la storia dell’uomo irrazionale sembra allontanarsi molto dalla atmosfere del passato a cui tanto ci aveva abituati.
Dopo alcuni lavori dedicati allo scintillio francese anni ’20 (“Midnight in Paris” e “Magic In The Moonlight”) e i drammi psicologici dell’impoverita Jasmine di Cate Blanchett (“Blue Jasmine”), Allen ritorna ad un’atmosfera carica di suspense e colpi di scena. Un po’ thriller e un po’ racconto psicologico, “Irrational Man” racconta della lotta per dare uno scopo alla propria vita: lui, con il suo bellissimo Joaquin Poenix come protagonista, lo fa con l’azione tanto scorretta (quanto insensata) in aiuto di una sconosciuta, colpita ingiustamente dall’operato di un avvocato corrotto.

Un pretesto formidabile per Abe Lucas e il suo animo filosofico, costantemente combattuto tra moralità ed estetica,  per dare una scossa alle proprie giornate, ritrovando la passione e la voglia di vivere che da tempo aveva dimenticato. Incatenate in questa storia, la professoressa Rita Richards (Parker Posey) e la brillante studentessa Jill Pollard (Emma Stone) non possono che subire il fascino misterioso e stanco di Abe: vengono così trasportante inconsapevolmente all’interno del dramma che pian piano si palesa di fronte ai loro occhi e a una questione morale di tutto rispetto.

“Denunciare un misfatto o tenere il segreto per amore di qualcuno?” Questo è il dubbio alla base delle azioni della giovane donna, meravigliosamente interpretata da Emma Stone, che senza ripensamenti tenta di agire nel nome del bene. La sua sorte sarà decisa soltanto dal caso, come già Allen ci aveva insegnato con il suo “Match Point”, uscito in sala nel 2006.

Se questo tema viene ripreso, rendendo il film una “minestra riscaldata” secondo tanti, si rivela comune innovativo il messaggio finale: il cattivo è destinato a perdere, per mano propria o per mano del fato. Se in “Match Point” il colpevole riesce a farla franca, in questo caso non riesce a sfuggire ad un destino che sembra prediligere chi agisce nel nome della giustizia.

 

Di Alessia Alloesio

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