Le 5 migliori Serie Animate ancora da scoprire

 

Da quando nel 1987 I Simpson hanno debuttato  sugli schermi statunitensi, una piccola rivoluzione è avvenuta nel mondo della televisione: per la prima volta si è dimostrato che una serie televisiva di successo, destinata ad un pubblico adulto, potesse essere a cartoni animati. Al cinema era già successo e in Giappone era una realtà più che consolidata, ma per il piccolo schermo occidentale si trattò di una vera e propria rivoluzione, che sfociò in decine di prodotti simili, da quelli giovanili come Beavis & Butthead a quelli più dissacranti, come South Park, a quelli che hanno quasi eguagliato il successo dei ”gialli” di Matt Groening, come I Griffin.

Tale è la mole di queste serie animate che risulta difficile distinguere i prodotti di qualità da quelli mediocri.

Questa veloce top5 tenta quindi di consigliare lo spettatore, sottolinenando pregi e difetti di cinque tra i più nuovi e meritevoli show animati, alcuni di essi ancora semi sconosciuti nel Bel Paese.

#5    Archer

archer
Sterling Archer è un agente segreto americano, ineffabile e preparatissimo nel suo lavoro, costantemente con la battuta pronta, è però più interessato alla lussuosa e promiscua vita che il suo lavoro gli offre, piuttosto che agli ideali che dovrebbero ispirarlo.

Rispetto alle numerose parodie cinematografiche di James Bond, da Austin Powers a Jhonny English, Archer si differenzia per l’idea di non voler creare un anti-Bond che capovolga le caratteristiche dell’agente inglese dissacrandole, ma costruisce invece un personaggio tanto abile quanto 007, immerso però in un mondo grottesco, cinico e ridicolo.

Nata nel 2009, la serie ha riscosso un enorme successo internazionale, ed è certamente lo show più di successo tra quelli citati in questa lista, eppure, paradossalmente, è anche quello meno divertente, forse proprio a causa della totale impossibilità per lo spettatore di empatizzare con i personaggi, rimanendo fisso nella sua posizione di osservatore sottoposto ad un umorismo tongue-in-cheek che alla lunga stanca.

Gode tuttavia dell’enorme pregio di distaccarsi dalla formula collaudata basata sulla famiglia americana, tentando una strada che non è originale di per sè, ma lo è per il mezzo scelto.

 

#4   Robot chicken

robot

Nella sigla di Robot Chicken è riassunta l’esile trama che costituisce l’ossatura della serie: uno scienziato pazzo trova un pollo morto sul ciglio della strada, lo porta nel suo castello e lo resuscita trasformandolo in un cyborg, poi lo lega ad una sedia e lo sottopone ad un kubrickiano ”trattamento Ludovicon Van” costringendolo a guardare incessantemente numerosi schermi televisivi contemporaneamente.
Ciò a cui lo spettatore assiste nello show coincide con quello che vede il pollo, spezzoni assolutamente casuali che irridono la cultura popolare yankee costruendo gag satiriche e assurde prive di qualsivoglia taboo.

In onda sul canale via cavo Adult Swim, che occupa negli orari notturni i palinsesti di Cartoon Network, Robot Chicken affascina per il suo stile, non a cartoni animati, ma costruito in stop-motion usando vecchie action figures e pupazzi di plastilina, in quella che ricorda da vicino una trasposizione televisiva del Twisted Toyfare Theater di Kevin Smith.

Robot Chicken non è una serie perfetta, è ciò su cui punta non è tanto la qualità della comicità, quanto piuttosto la quantità, come un concentrato dei Griffin a cui venga strappata via persino quella debole trama che caratterizzava lo show di Seth McFarlane. Nessun protagonista, solo alcuni personaggi ricorrenti provenienti principalmente dalla cultura pop anni ’80 e ’90.

Tra gli autori spiccano alcuni comici affermati come Seth Green, la cui firma si fa notare soprattutto in alcune gag particolarmente memorabili e brillanti.

Viste nella loro interezza le puntate hanno alti e bassi, momenti spassosissimi a cui se ne alternano altri più prevedibili e ripetitivi, ma con il supporto di bevande alcoliche e sostanze psicotrope la serie diventa assolutamente irresistibile.

 

#3  Bob’s Burgers

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Creata da Loren Bouchard nel 2011, Bob’s Burgers racconta le vicissitudini di Bob e della sua famiglia, impegnati nel difficile compito di gestire un’hamburgeria, destreggiandosi tra la spietata concorrenza del ristorante italiano di Jimmy Pesto e i numerosi problemi economici, gestionali e famigliari.

Se una struttura basata su gag sconclusionate e assurde ha costituito il punto di forza di serie come ”I Griffin”, ha però cancellato quella sorta di calore familiare e affetto che si finiva col provare verso show caratterizzati da una trama più classica, come ad esempio I Simpson.
Quello che Bob’s Burgers si propone di fare è ispirarsi maggiormente a quest’ultimo modello, offrendo una comicità più discreta, basata sui personaggi, proprio sulla falsa riga della serie di Matt Groening, delineando una ”classica” famiglia disfunzionale americana (sfuggendo però dal quasi-stereotipo del padre stupido e della madre bella e intelligente, di cui a partire proprio da Homer e Marge, si è abusato in questo tipo di programmi), allargando poi la visuale fino a costruire un intero microcosmo di persone.

Giunta ormai alla sesta stagione, la serie ha il vantaggio di mantenere alta la qualità con pochissimi episodi sotto tono e cali di ritmo quasi inesistenti, riuscendo a distanziarsi quel tanto che basta dai programmi che maggiormente lo hanno influenzato, come i già citati Simpson o King of the Hill, dello stesso autore, e costruendosi un proprio spazio nel cuore degli spettatori.

La curiosa ma azzeccatissima scelta di dare una voce maschile ai personaggi femminili contribuisce non poco a dare personalità allo show.

 

 

#2    Bojack Horseman

bojack

Negli anni ’90, il cavallo antropomorfo Bojack era uno dei comici più apprezzati degli Stati Uniti, protagonista e mattatore della sitcom ”Horsin’ Around”, la strada per diventare una star di fama mondiale sembrava spianata e il mondo era ai suoi piedi.

25 anni dopo Bojack non lavora e non ha una direzione da seguire, vive del denaro accumulato girando quello show e ogni tanto qualcuno lo riconosce per strada e lo saluta. E’ un po’ ingrassato, ha problemi di alcolismo e depressione e non sa gestire i rapporti umani (o animali che siano).

Bojack Horseman è una serie atipica che non cerca tanto la risata, ma si impegna invece nel costruire una satira spietata sullo star system americano. Si ride, ma i momenti puramente drammatici non mancano.

I personaggi, umani e animali antropomorfi, sono costruiti in maniera impeccabile e si finisce per affezionarsi davvero a loro, soffrendo per le loro disgrazie e festeggiando le loro vittorie.

Oltre all’umorismo scaturito dalla satira, su un differente livello viene sfruttata una comicità più infantile, basata sul fatto che buona parte dei personaggi siano animali che, nonostante l’antropomorfizzazione, mantengono numerose caratteristiche delle loro specie di appartenenza, dando luogo a giochi di parole e gag che funzionano proprio per il totale cambio di registro che creano.

Ad impreziosire la serie è l’ottimo comparto sonoro, composto da canzoni originali perfette per l’atmosfera e da un doppiaggio di altissimo livello, a cui prendono parte alcune star di primo piano dello stardom televisivo e cinematografico, come J.K.Simmons e Aaron Paul.

 

 

#1 Rick & Morty

rickmorty

Nata per mano di Justin Roiland come parodia animata di Ritorno al Futuro da presentare al Channel 101 film festival, la serie ha immediatamente riscosso un successo tale da garantirle una vita propria, allontanando i due protagonisti sempre di più dalle controparti celluloidee Doc e Marty, fino a giungere alla decisione da parte dell’autore di non far mai viaggiare nel tempo i due personaggi. Oltre a questo però, non sembrano esserci altri limiti all’inventiva e alla fantasia con cui vengono create le avventure in cui lo scienziato pazzo Rick trascina il nipote lievemente ritardato Morty.
 
Seppure la serie parta da un’idea di base non originalissima, quella della comicità inserita in un contesto fantascientifico, è il modo in cui la trama di ogni episodio si dipana, unita all’umorismo scanzonato, cinico, disinibito e scurrile (ma mai volgare) a renderla imperdibile.
A detta dello stesso autore, l’obiettivo non era quello di creare una serie nerd-friendly di hard sci-fi, ma piuttosto di disinteressarsi totalmente alla credibilità del piano fantascientifico per dedicarsi all’estremizzazione dei contenuti, abbandonando così, già a livello di presupposti, quello che apparentemente sembra essere il modello d’ispirazione: Futurama.

Ciononostante, la cultura, soprattutto cinematografica, di Roiland traspare e fa sì che le storie non siano mai banali arrivando, paradossalmente, ad un risultato che, in termini di fantascientificità pura, supera qualsiasi cosa vista in precedenza in ambito televisivo animato.

I coloratissimi disegni dal tratto apparentemente naif e il talento recitativo e comico di Dan Harmon, che da solo dà la voce a buona parte dei personaggi, completano il quadro rendendo la serie, solo alla seconda stagione, già un vero e proprio cult.
Marco Fassetta

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