Referendum trivelle: cosa c’è da sapere

In questi giorni sentiamo molto parlare del referendum sulle trivellazioni, ma le idee a riguardo non sono ben chiare. A una prima approssimazione, sembrerebbe che chi vota “sì” voglia tutelare l’ambiente a scapito della ricchezza energetica del Paese, mentre chi vota “no” voglia tutelare la ricchezza energetica a scapito dell’ambiente. Le cose non sono così ben definite, per cui vediamo di chiarirci un po’ le idee.

Qual è la nostra situazione in fatto di trivellazioni?

Il maggior numero di pozzi in Italia si trova sul suolo. Ve ne sono poi in mare oltre le 12 miglia (22 km) dalle coste italiane, e entro le 12 miglia dalle coste. Solamente questi ultimi sono oggetto del referendum del 17 aprile. Lì – cioè entro le 12 miglia dalle coste – sono presenti 35 concessioni di coltivazione di idrocarburi, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi. Non tutte le attività petrolifere alle quali è stata rilasciata la concessione sono italiane: alcune – come la Northen Petroleum UK – sono straniere. Alcune estraggono petrolio, altre gas metano.

Vediamo ora alcuni dati numerici. La produzione italiana di gas e di petrolio – sia a terra sia a mare – copre rispettivamente il 12% e il 10% del fabbisogno nazionale; il resto deve essere importato. L’85% del petrolio prodotto in Italia proviene dai pozzi a terra. Del 15% rimanente, 1/3 proviene dalle piattaforme oltre le 12 miglia, mentre i 2/3 provengono dalle piattaforme entro le 12 miglia (quelle oggetto del referendum). Il totale (secondo i calcoli di Legambiente) sarebbe che le piattaforme soggette a referendum coprono l’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas.

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Cosa chiede il referendum?

Il referendum chiede di abrogare parte di una frase dell’art. 6, comma 17, del Codice dell’Ambiente. Tale articolo è stato modificato di recente dal governo Renzi, al fine di venire incontro alle richieste delle maggiori associazioni ambientaliste. Vieta espressamente la costituzione di nuovi impianti entro le 12 miglia dalle coste italiane; tuttavia stabilisce che le piattaforme già esistenti possano continuare a svolgere la loro attività per la durata di vita utile del giacimento (ossia, sino a quando ci sarà petrolio o gas da estrarre). Il referendum intende eliminare proprio questa frase, facendo sì che gli impianti entro le 12 miglia dalle coste italiane debbano essere smantellati, non subito, bensì al momento della scadenza delle concessioni.

Quali sono le ragioni per votare sì?

Le operazioni di routine alle piattaforme provocano un inquinamento di fondo; in più dai dati forniti da Greenpeace (i quali provengono da una fonte ufficiale, ossia il ministero dell’Ambiente) emerge che 2/3 delle piattaforme ha sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Le ricerche in mare, inoltre, sono fatte con la tecnica air gun, che consiste nello sparare bolle d’aria sui fondali, come esplosioni, in modo da provocare onde d’urto. Non si sa che impatto stia avendo questa tecnica sulla fauna marina, ma probabilmente non è positivo.

La presenza di impianti entro le 12 miglia mette, poi, in serio pericolo la bellezza del nostro Paese, e con essa la nostra miglior fonte di reddito: il turismo. Ci si chiede se abbia senso barattare il turismo con poche quantità di petrolio, tanto più che, una volta estratto, il petrolio diventa proprietà di chi lo estrae, e quindi gran parte di esso viene portato via e venduto ad altri Paesi.

C’è poi una ragione più “politica” e di fondo. Durante la recente conferenza dell’Onu sul clima, a Parigi, l’Italia si è impegnata a cominciare una fase di “transizione” verso le energie rinnovabili e l’uscita dai combustibili fossili. Continuare a puntare sugli idrocarburi non ci mette su quella strada.

Quali sono le ragioni per votare no?

Anzitutto sembra che i limiti riportati nel rapporto di Greenpeace non siano applicabili per le attività d’estrazione ad oggetto; varrebbero solo per corpi idrici superficiali (laghi, fiumi, etc) e in corpi idrici sotterranei. Inoltre l‘estrazione di gas è sicura, e questo è un dato certo. Mentre il petrolio rischia di inquinare l’ambiente, stesso pericolo non esiste per il gas; per cui chiudendo le piattaforme che estraggono gas metano ci priviamo di una fonte d’energia pulita.

Non ci sono prove che la presenza di impianti stia danneggiando il turismo. L’industria del petrolio e del gas è solida e porta ricchezza al nostro Paese: entrano nelle nostre casse 800 milioni di euro per tasse, e 400 milioni per royalties e concessioni.

Inoltre chiudere giacimenti non esauriti può non essere semplice. Per il gas metano bisognerebbe bloccare la fuoriuscita iniettando malta di cemento, ma la pressione esercitata dal gas residuo renderebbe l’operazione complicata e a rischio di incidenti.

Quali sono le ragioni per astenersi?

L’astensione da un referendum può essere frutto di un preciso calcolo politico, tant’è che i sostenitori del “no” invitano gli elettori a non presentarsi il 17 aprile. Questo perché affinché il referendum sia valido si deve raggiungere il quorum del 50% + 1 degli elettori.

Come si vota?

Si vota domenica 17 aprile dalle 7 alle 23, mostrando il documento di identità e la tessera elettorale.

Silvia Gemme

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