Alzare il tiro

Mario_sossiÈ la sera del 18 aprile 1974 e un uomo sta tornando a casa da lavoro in pullman. Il suo è un lavoro complesso e delicato: è un giudice e quelli sono gli anni ’70, periodo nel quale in Italia, e in modo particolare a Genova, si percepisce la tensione.
Non sa che ad attenderlo ci sono un furgoncino e sette automobili; non sa nemmeno che quei veicoli si trovano lì proprio per lui, per il giudice Mario Sossi.
Vogliono lui perché è il Pubblico Ministero nel processo alla XXII Ottobre, gruppo della sinistra extraparlamentare responsabile di diversi attacchi terroristici a Genova. Vogliono lui perché loro sono le Brigate Rosse.

Appena sceso dal bus della linea 42 il giudice viene colpito e caricato su una delle vetture in attesa. Non lo sa, ma a rapirlo sono stati Alberto Franceschini e Mara Cagol. La fuga è sfrenata e pericolosa, a causa di un equivoco comincia una sparatoria che porta anche ad un incidente. Raggiunto il covo, l’Operazione Girasole prosegue con l’interrogatorio e il processo delle BR a Mario Sossi: dura giorni e giorni, viene interrogato sia riguardo alle sue indagini che ad altri procedimenti.
Ciò che vogliono è la liberazione dei membri della XXII Ottobre, e per ottenerla sono pronti a tutto. Anche a ricattare lo Stato. Al termine del processo le Brigate Rosse emettono il verdetto: se i compagni non verranno liberati, il giudice Mario Sossi verrà giustiziato.

Che fare? Lo Stato può cedere a un ricatto? O rischiare che dei terroristi uccidano un rappresentante dello Stato stesso? Inizialmente viene concessa la libertà provvisoria ai membri della XXII Ottobre, ma in seguito il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Genova Francesco Coco si oppone e ricorre in Cassazione.
Lo Stato non può trattare con i terroristi.

Il dibattito che si apre nelle BR rischia di essere lacerante: arrendersi o eseguire la condanna? Si verifica una vera e propria spaccatura: da un lato Franceschini e Cagol, che vogliono liberare il giudice, e dall’altra la linea dura, quelli che credono che la condanna debba essere eseguita.
Il 22 maggio di quello stesso anno, Franceschini rilascia il giudice Sossi ad una stazione di Milano con un biglietto per tornarsene a casa.

Quello a cui forse nessuno all’epoca fece caso era come il terrorismo politico stesse “studiando il nemico”, misurando fino a che punto potesse spingersi. Quanto potesse chiedere e quanto potesse ricattare. Lo stesso forse fece anche lo Stato italiano, infiltrandosi un po’ alla volta in nel nuovo e pericoloso fenomeno del terrorismo politico: quanti danni potessero creare, quanto profondamente potessero ferire.
Il passo successivo fu puntare ancora più in alto, sempre più alto. Alzare il tiro.

Cecilia Marangon

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