La Somalia in lotta contro le MGF

Una nuova vittoria per i diritti delle donne e, più in generale umani, giunge dalla Somalia, dove la lotta contro le mutilazioni genitali femminili sta subendo una svolta essenziale.
Di recente, infatti, un’importante campagna di sensibilizzazione è stata lanciata da Ifrah Ahmed, attivista somala emigrata in Irlanda dieci anni fa. Punto focale della campagna è stata una petizione che ha riscosso grande successo ed è stata firmata dallo stesso Premier, Omar Abdirashid Ali Sharmarke, deciso ad impegnarsi per eliminare questa pratica disumana dal Paese. Già da tempo essa viola la Costituzione, ma purtroppo non esiste ancora una legge che la vieti completamente – e questo sarebbe il fine ultimo della petizione.

IfrahPosing
Ifrah Ahmed

Ifrah Ahmed, che in giovane età è stata vittima di mutilazioni genitali come tantissime connazionali, ha espresso la sua preoccupazione in merito alla situazione somala. E’ stimato che in Somalia (come anche in Gibuti, Eritrea, Egitto e Guinea) le MGF vengano praticate su oltre il 90% delle bambine, principalmente per motivi religiosi – ma anche sociologici e, per quanto assurdo possa sembrare, sanitari (i genitali femminili vengono infatti associati spesso a infezioni e sporcizia), facendo sì che a rischiare di essere emarginate dalla società siano le ragazzine e le donne salvatesi da questa tortura.

E’ bene sapere di cosa si parla, perché la mancanza d’informazione su questo tema è tuttora un problema da non trascurare.
Esistono diversi tipi di MGF, sebbene il più conosciuto – spesso l’unico – sia l’infibulazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i metodi più utilizzati sono i seguenti, in ordine di gravità:
– clitoridectomia, ovvero la recisione parziale o totale del clitoride;
– escissione del clitoride, con cui s’intende l’asportazione del clitoride e quella parziale o totale delle piccole labbra;
– infibulazione, ovvero la rimozione di clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra con conseguente cucitura della vulva, ad eccezione di un piccolo foro per la fuoriuscita dell’urina;
– un quarto gruppo che comprende altri tipi di mutilazioni meno diffuse.
Gli effetti di queste pratiche, sia sul piano fisico che su quello emotivo, sono devastanti e non è raro che portino alla morte, per emorragia interna, infezioni o, più avanti, per le complicazioni che possono causare durante il parto.

Attualmente, stando alle stime dell’UNICEF, le donne che sono state sottoposte a MGF sono circa 125 milioni, numero esorbitante a cui ogni anno si aggiungono altri 3 milioni di bambine e ragazzine.
Per quanto questi dati possano sconvolgere, è importante pensare agli enormi cambiamenti che stanno lentamente ribaltando la situazione: poco meno di un anno fa, per esempio, l’ex Presidente nigeriano ha approvato una legge che istituisce il reato di mutilazione genitale femminile.
La strada da percorrere è ancora molto lunga, questo è fuori discussione, ma informando, sensibilizzando e sfatando pian piano i pregiudizi si potranno ottenere grandi risultati, come già sta accadendo in tanti Paesi.

Giulietta De Luca

 

 

 

 

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