Il futuro è (circa) adesso: il cyborg

Il termine cyborg venne coniato nei primi anni ’60. Ai tempi era vista come la nuova frontiera per l’esplorazione di ambienti inospitali, un insieme di “potenziamenti” tecnologici strettamente interconnessi col fisico umano per permettere la sopravvivenza nello spazio esterno o su pianeti normalmente inabitabili.
Ma i tempi non erano maturi e la figura dell’essere a metà tra uomo e macchina pareva essere rimasta confinata nella fantascienza, che pure l’ha declinata in vari modi. Tralasciamo gli androidi parzialmente umanizzati con componenti biologici, Terminator e simili, ancora di là dal venire. Concentriamoci invece sull’altro tipo di cyborg: l’umano impiantato.

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Robocop (dall’omonimo film, 1987)

I film ce ne hanno dato una quantità di varianti. La più iconica, almeno per l’immaginario di chi scrive, è Robocop, un umano il cui corpo quasi distrutto viene ricostruito con invasività tale da mettere in dubbio la sua umanità. Il filone letterario del cyberpunk non è stato da meno, i suoi autori non si sono risparmiati nel mostrare la diffusione di componenti cibernetici impiantati nei corpi in un futuro distopico, ma nemmeno troppo lontano dal mondo di oggi.

Nel 1995 Alexander Chislenko teorizza il concetto di fyborg, o di cyborg funzionale: in breve, l’uso da parte dell’essere umano di strumenti per aumentare le sue capacità e colmare le sue “mancanze”, come ad esempio portare gli occhiali, prendere appunti su un blocco note, usare un computer, uno smartphone, un tablet o un qualsiasi oggetto tecnologico. Il gradino immediatamente precedente all’impianto, insomma. Ma in questi stessi anni gli impianti sono arrivati, seppur in maniera sottile, non eccessivamente invasiva: pensate al pacemaker, un dispositivo atto a stimolare il muscolo cardiaco per farlo funzionare correttamente; pensate alle protesi di Pistorius, che hanno generato tanta polemica, portando addirittura a ipotizzare che la loro efficienza costituisse un “vantaggio sleale” sui normodotati pur essendo ancora solo protesi passive, prive di loro motori o componenti mobili. Ci troviamo al confine tra rimpiazzo e potenziamento, un confine molto labile, filosoficamente impegnativo, tendente a un futuro in cui uomo e macchina coesistono fino a divenire un nuovo tipo di entità.
Ma questo è uno sviluppo ancora remoto, restiamo sul mondo contemporaneo, sullo stato dell’arte esistente. Il cyborg, avendo un componente di supporto attivo nella sua protesi, non trova posto alle paralimpiadi, tantomeno alle olimpiadi.
E qui arriva il Cybathlon.

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Due atleti del Cybathlon: stanno pedalando grazie a un sistema di elettrostimolazione esterna, superando così i danni alla loro spina dorsale.

ETH Zurich, una delle più grandi realtà mondiali nella ricerca scientifica, ha indetto un evento internazionale per provare in un amichevole spirito di competizione lo stato dell’arte nelle tecnologie assistive e delle “protesi attive”. L’obiettivo, competizione a parte, è valutare come gli impiantati siano in grado di affrontare prove di controllo e finezza, più che di velocità e potenza, con discipline che riproducono attività quotidiane come tagliare il pane, versare il caffè in una tazza, pedalare su una bicicletta nonostante danni alla spina dorsale e tutta una serie di altre sfide simili.
Il Cybathlon si terrà questo ottobre presso la SWISS Arena, nella cittadina elvetica di Kloten. Chi può dire se tra dieci anni sarà visto come un evento senza seguito o come l’inizio di una nuova era per lo sport e per la tecnologia?

Mauro Antonio Corrado Auditore

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