19 luglio

 

via d'amelio

Sono passati ventiquattro anni da quel 19 luglio 1992, quando alle 16:58 il giudice Paolo Borsellino saltò in aria insieme a Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina; sono passati ventiquattro anni da quella Fiat 126 rubata, riempita di esplosivo e lasciata in via D’Amelio pronta ad esplodere.
In questo quasi quarto di secolo da quel giorno, si sono susseguiti quattro processi per scoprire chi, come e perché avesse ucciso in quel modo un magistrato e la sua scorta.
In questi anni tre filoni dei processi sulla strage di via D’Amelio hanno portato in carcere diversi membri di Cosa nostra, accusati e condannati a vario titolo per quello scempio.
Tutto ciò continua fino al 2008, quando Gaspare Spatuzza, ex mafioso del quartiere di Brancaccio, decide di collaborare con la giustizia e raccontare come si svolsero le fasi preparative per la strage.

Dal 1992 al 2008 erano già stati celebrati tre processi sulla morte di Borsellino (Processo Borsellino uno, bis e ter) basati sulle rivelazioni, anzi, sulle auto accuse di Vincenzo Scarantino e altri suoi complici. Tutti condannati in via definitiva per quella strage.

Tutto da rifare.
Nel giugno di otto anni fa Spatuzza rivela dove e quando venne rubata la Fiat 126, dove venne nascosta e riempita con 90 kg di esplosivo, quando venne parcheggiata in via D’Amelio e chi ci fosse dietro a quell’omicidio: Spatuzza e i suoi si muovevano per volere di Giuseppe Graviano, capo della famiglia di Brancaccio.
Un anno dopo le dichiarazioni di Spatuzza, Vincenzo Scarantino e i suoi presunti complici dichiarano ai magistrati di essere stati istruiti e costretti a testimoniare il falso, di essere finiti in carcere per una strage con cui non avevano niente a che fare.
Nel 2011 un altro collaboratore di giustizia, Fabio Tranchina, inizia a parlare del suo stesso ruolo nell’attentato al giudice, di cosa abbia fatto e da chi gli fosse stato chiesto: Giuseppe Graviano.
Alla luce delle nuove dichiarazioni, la Corte d’assise di appello di Catania sospese la pena a Scarantino e i suoi e, nel marzo dell’anno successivo, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta spiccò i mandati di custodia cautelare per le personalità coinvolte nella strage.
Spatuzza e Tranchina vennero condannati, con rito abbreviato, a 15 e 10 anni di carcere e di li a poco si aprì il processo Borsellino quater.
Fine? Non sembrerebbe: già nel 1993 la Procura di Caltanissetta iniziò ad indagare su dei possibili suggeritori, mandanti esterni, occulti per quella strage avvenuta cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci.
Nel corso degli anni diversi personaggi della vita anche pubblica italiana sono stati indagati per concorso esterno in strage: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, gli imprenditori Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini, Antonino Reale, Benedetto D’Agostino e Agostino Catalano, ex titolari di grandi imprese per la gestione illecita degli appalti; ma non si concluse niente.
Nel 2006 viene aperta un’indagine sulla sparizione dell’agenda rossa di Borsellino: un giornalista aveva fotografato l’allora capitano dei Carabinieri che si allontanava con la borsa del giudice, la quale venne poi ritrovata nella macchina distrutta dall’esplosione.
Anche qui si celebrarono processi che si conclusero in un nulla di fatto; ma nel 2009 arrivarono nuove dichiarazioni ad aprire nuovi possibili scenari: la testimonianza di Massimo Ciancimino.
Massimo Ciancimino iniziò a raccontare dei colloqui tra suo padre, Vito e i carabinieri del ROS, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno; incontri di cui Borsellino era stato informato da Liliana Ferraro, all’epoca vice direttore dell’ufficio affari penali del Ministero della Giustizia; incontri per cui i carabinieri cercavano coperture politiche e a cui, certamente, Paolo Borsellino si sarebbe opposto.
Non abbiamo la certezza che la trattativa, quella tra Stato e mafia, sia la causa scatenante per cui, come riferito dai collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, Totò Riina decise di abbandonare il piano per l’attentato all’onorevole Calogero Mannino e di concentrarsi su Borsellino.
Quello che però si è certamente capito è che ventiquattro anni di reticenze, false dichiarazioni e molte indagini non sono ancora bastate a restituirci la verità.

Cecilia Marangon

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