Onicofagia: quando mangiarsi le unghie diventa pericoloso

 La ragazza si guardò per l’ultima volta allo specchio, lisciandosi il vestito. Quella sarebbe stata la sua grande serata e, dopo così tanti preparativi, si sentiva bellissima, per una volta in vita sua. Suonarono il campanello e lei sobbalzò. Corse verso l’ingresso , per quanto le permettessero i tacchi alti, e aprì la porta. Era lui, elegantissimo a sua volta, nonostante risultasse un po’ impacciato in quell’abbigliamento così impeccabile. Non la salutò neanche: sorrise e basta.  Si inginocchiò e le prese la mano, ma mentre vi si avvicinava per baciargliela come il migliore dei gentleman, si arrestò inorridito. La fanciulla si irrigidì, le bastò un attimo per capire e non le occorse neppure guardare lei stessa le sue orride mani mangiucchiate. Il ragazzo si ritrasse, quasi sbilanciandosi, e corse via urlando disgustato, mentre la povera sfortunata rimaneva sola sulla soglia della porta, chiedendosi perché non avesse seguito il consiglio di sua madre di mettersi i guanti.

unghieE pensare che probabilmente quella mano non sarebbe stata così ridotta se proprio non fosse stato per lo stress dovuto all’imminente incontro. Povera ingenua ragazzina e poveri noi altri onicofagi di tutto il mondo. Per quanto questo scorcio di tragicommedia possa risultare esagerato, è uno dei fardelli che affligge ogni giorno tantissime persone di tutte le età.

Spesso infatti si comincia “l’auto-cannibalismo” sin da bambini, a causa di situazioni familiari spiacevoli o come emulazione dei coetanei, si continua da adolescenti per l’ansia della crescita, si prosegue da adulti provati dallo stress del mondo lavorativo e si conclude da anziani, annoiati da ciò che resta della propria vita.

Essere accaniti rosicchiatori di unghie porta, spesso, alla conseguenza di avere dita orribili da una vita e di sentirsi dire ogni momento di non mettersi le mani in bocca, che sarebbe ora di crescere, che sta “male”, che non aiuta, che si potrebbero avere delle bellissime mani ecc ecc ecc.

E perché non si smette, allora?

Ottima domanda, la quale presupporrebbe una logica risposta che cercherò di esplicare al meglio delle mie possibilità.

mangiarsi-le-unghieSon stati proposti mille modi per mettere fine a questa malattia (sì, perché girovagando su internet si scopre di essere effettivamente affetti da una patologia e non da un innocuo vizio) tra cui ricordo innanzi tutto il famosissimo smalto dal sapore orribile, che puntualmente viene semplicemente raschiato via trattenendo i conati di vomito, per poi, a lavoro terminato, ricominciare a mangiarsi le unghie come se niente fosse. Wikipedia cita anche potenti anti depressivi che non starò ad elencarvi, ma che credo nessuno prenderà mai in considerazione per non cibarsi più dei propri artigli. E poi, la cerchia più stretta di amici e parenti sostiene che un goccio di classica e banalissima forza di volontà risolverebbe tutto.

Inutile dire che difficilmente questi metodi funzionano. Ma alla fine, davvero è così dannoso, oltre che all’estetica, mangiarsi le unghie?

Purtroppo sì.

I batteri che si trovano sulle nostre mani e, precisamente, sotto le nostre unghie venendo direttamente a contatto con la bocca, ci procurano più facilmente malattie o indebolimenti.

bambino-onicofagia-e1329256923310C’è anche chi però sostiene che invece ciò potrebbe essere un vantaggio, ovvero che l’onicofago sia meno propenso ad allergie proprio per il suo sistema immunitario fortificato. (Ma sono gli stessi che lasciano che i bambini lecchino l’asfalto perchè “si fanno gli anticorpi”, per cui è meglio non darvi troppo peso.)

Inoltre, danneggia anche i denti incisivi, che sono sottoposti a lunghi e complessi lavori di scarnificazione, favorendo anche il formarsi delle carie.

Che dire dunque? Ci sono mille motivi per smettere e forse in realtà nessuno per continuare.

Il masochismo dilaga e la voglia di restare in un certo qual modo sbagliati attira tutti, o quasi.

La verità è che comunque, come per ogni dipendenza, deve scattare qualcosa dentro la mente del soggetto, perchè non basta la società a invogliarci a smettere un atteggiamento poco consono.

Veronica Repetti

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