Passengers: la fantascienza e l’introspezione

Il 30 dicembre è uscito nelle sale italiane Passengers, con Jennifer Lawrence e Chris Pratt, diretto da Morten Tyldum – regista norvegese che già conosciamo per The Imitation Game.

Ci troviamo nel futuro, sulla lussuosa nave spaziale Avalon, progettata per compiere un viaggio interstellare di centoventi anni alla volta del pianeta Homestead II. A bordo ci sono cinquemila passeggeri, ibernati nelle loro capsule, i quali hanno pagato il viaggio e hanno abbandonato la Terra per popolare Homestead II, per cominciare lì una nuova vita. Il sistema della nave sveglierà i passeggeri quattro mesi prima dell’arrivo. Durante quei mesi, i passeggeri verranno istruiti sulla vita che li attenderà, e potranno godere dei comfort della Avalon.

Senonché, per un guasto, accade che Jim Preston – giovane meccanico avventuroso – si svegli con novant’anni di anticipo.

Durante il film assistiamo alla sua disperazione, ci identifichiamo nell’incubo che sta vivendo. Anche Aurora Lane, un anno dopo, si sveglierà. Lei è una scrittrice, ricca di famiglia, abituata alla riflessione e alla bella vita. I due troveranno conforto l’uno nell’altro, scopriranno – sebbene tanto diversi – di riuscire a completarsi a vicenda. Ma la domanda non cambia: soli in un luogo artificioso, in mezzo allo spazio cosmico più profondo e straziantemente immenso, con la prospettiva di vedere la propria vita passare e spegnersi nel silenzio e nell’immutabilità, senza uno scopo.. che fare?

Il film ha riscosso poco successo fra la critica, ma tutto dipende – a parer mio – dal grado di immedesimazione che si raggiunge e dalle riflessioni che si sceglie di svolgere. Circa l’immedesimazione, grazie alla bravura degli attori è un’attività che risulta assai poco faticosa. Riguardo alle riflessioni, la trama offre solo uno spunto, che sta allo spettatore sviluppare. In particolare tutto ruota attorno alla domanda: perché una vita non dovrebbe meritare di essere vissuta?

Quando Jim Preston era l’unico sveglio sulla nave, la sua sola compagnia era l’androide Arthur (Michael Sheen), progettato per dare risposte preimpostate a seconda del discorso e per fare da barista della Avalon. In una scena Jim si sfoga con lui, e Arthur – pulendo i bicchieri, “perché un barista che sta con le mani in mano mette a disagio i clienti” – gli risponde con una massima: non dobbiamo fissarci su quello che non abbiamo, bensì su quello che abbiamo. Questa frase, che suona scontata, ha un elemento di verità. Una vita può subire delle gravi limitazioni, ma questo la rende forse non meritevole di essere vissuta? Esistono vite più valide e vite meno valide? Perché la vita di Jim e Aurora su Homestead II avrebbe dovuto essere più valida rispetto alla vita sulla nave Avalon?

L’altro interrogativo è sulla felicità. L’idea di felicità di Aurora era fare cose straordinarie: vivere per un anno nella colonia di Homestead II, per poi fare ritorno sulla Terra del futuro. Ma felicità non potrebbe essere, più semplicemente, vivere a ritmi lenti, accanto la persona amata?

Se un bel film si riconosce perché fa riflettere su di sé anche tempo dopo la visione, Passengers è di sicuro un bel film. Consigliatissimo per quegli amanti del fantascientifico stufi della superficialità psicologica che spesso accompagna il genere.

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Silvia Gemme