Di diritti umani e di propaganda populista

Stazione di Alessandria, treno Torino Porta Nuova–Genova Brignole, tardo pomeriggio, tratta frequentata soprattutto da pendolari. Due signori salgono sul treno parlando di politica. Si siedono l’uno di fronte all’altro, sono arrabbiati per chi ci rappresenta e per la crisi che porta povertà. A un certo punto uno di loro getta un’occhiata fuori dal finestrino, vede dei ragazzotti neri. Le labbra gli si increspano in una smorfia sprezzante. <<Questi animali.>> commenta.

Forse il signore aveva i suoi motivi per dire ciò che ha detto, ma forse il signore ha semplicemente scelto un capro espiatorio per tutto ciò che non funziona, non conscio della pericolosità della sua frase. Un animale non ha gli stessi diritti di un uomo, un animale può essere oggetto di proprietà, può essere sfruttato, può essere maltrattato (quasi) impunemente. La vita di un animale non vale quanto quella di un essere umano.

L’uomo non ha da sempre avuto dei diritti. Mentre per oggi parlare di diritti umani è quasi scontato, un tempo la persona era proprietà del sovrano, che poteva fare di lei quello che credeva. Pian piano ci furono piccole conquiste: i giusnaturalisti parlarono di precetti universali fondati da un’autorità superiore, Ugo Grozio parlò di “norme valide anche se Dio non esistesse o non si occupasse dell’umanità”.

Dopo che l’Occidente conobbe gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ci si rese conto che bisognava progredire nella tutela dei diritti umani, affinché l’uguaglianza tra gli uomini non fosse dimenticata. Così il 10 dicembre 1948 ci fu la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte dell’ONU.

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Da quel momento iniziò un lavoro di codificazione dei diritti umani, in via generale e in via specifica. La CEDU (Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), 1950, è un catalogo di diritti vincolante per gli Stati che aderiscono alla Convenzione. Altrettanto vincolanti sono i Patti Internazionali del 1966. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati, 1951, che vieta di respingere richiedenti asilo verso Paesi in cui potrebbero trovare morte o trattamenti liberticidi. 1965, Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. 1984, Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. 1989, Convenzione sui diritti del fanciullo. E numerosissime altre ancora.

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Ultimamente si sta assistendo a un’inversione di tendenza. Parte dell’opinione pubblica inizia a pensare che l’universalizzazione dei diritti umani –quindi a qualsiasi popolo appartenente a qualsiasi religione– sia sinonimo di debolezza, buonismo, vulnerabilità. Questa linea di pensiero è visibile osservando il successo in Europa (e non solo) delle propagande destro-populiste: Marine Le Pen in Francia, Andrzej Duda in Polonia, il Partito del Progresso (FrP) in Norvegia e altri, anche in Italia, che non citiamo espressamente. L’elezione del neo-presidente Donald Trump può essere un altro segno di questo nuovo modo di pensare.

Se i diritti umani procederanno nella loro faticosa evoluzione oppure se soccomberanno di fronte a nuove esigenze (reali o ingigantite dalla paura) di forza e di chiusura verso l’esterno, è cosa che si vedrà nei prossimi decenni.

Silvia Gemme