And the winner is… we’re not so sure!

 

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Questa notte degli Oscar passerà alla storia come quella in cui “forse dopo una certa età devi mettere gli occhiali, anche se ti rendono meno figo”.
Una svista come quella dei due presentatori Warren Beatty e Faye Dunaway non ha precedenti (anche se l’errore si deve a una consegna di busta sbagliata), ma a qualcosa è servita: ha continuato a far parlare di La La Land, il film del giovane Chazelle con cui la critica ci fa una testa così da mesi e mesi. È anche il film che ha ricevuto più candidature agli Oscar nella storia, insieme a Titanic e Eva contro Eva, ma per fortuna non li ha vinti tutti: sarebbe stato (in fondo) un po’ eccessivo.
I premi ricevuti sono invece tutti più che meritati, dalla colonna sonora, che ti entra in testa come un tormentone, estivo alla regia, che con l’epilogo dà filo da torcere ad autori molto più navigati.
Emma Stone ne ha fatta di strada, sbagliando pochissimi colpi nella sua carriera, e senza grandi rivali si conquista una meritata statuetta.
Il premio come miglior attore protagonista è invece andato a Casey Affleck, che nel bellissimo Manchester by the Sea interpreta un uomo che seppellisce nella quotidianità un dolore che esce prepotentemente dopo una birra di troppo. Il dramma è quello di un padre, di un fratello, di un figlio, raccontato in tutte le sue sfumature ed espressioni con delicatezza e precisione, senza scadere mai nel patetico o nel banale.
Tutta al maschile è anche la storia tragica di Moonlight, una racconto ambientato in un mondo nero (tutto il cast, comprese le comparse, è composto da afroamericani), dove le uniche sfumature di colore sono date dalla luna. “Black kids in the moonlight look blue…”.
In questo mondo nero nessuno è puro, ma c’è comunque spazio per l’amore. Immenso Mahershala Ali, miglior attore non protagonista, e meritata la statuetta al miglior film.
Questa edizione è dunque caratterizzata da un livello qualitativo molto alto, ma è stato anche fortemente influenzato dalla politica. A partire da un film come Barriere (il 2016 è stato l’anno dei muri, fisici e non), anche i premi mandano un messaggio ben preciso: Mahershala Ali è il primo attore musulmano a ricevere una statuetta, Asghar Farhadi (regista de Il Cliente) non si presenta alla cerimonia di premiazione, giustamente indignato dai decreti Trump che bloccano l’ingresso negli States da sette paesi islamici, e dopo le proteste dell’anno scorso da parte della black Hollywood Moonlight vince l’Oscar, e anche Viola Davis, e M. Ali.
Ben inteso, il film e gli interpreti in questione sono stati eccezionali, ma questi cambiamenti risultano ancora un po’ forzati. Perché? Perché per raccontare la storia di un afroamericano bisogna ancora fare un film sugli afroamericani. Una storia, se è quella di una minoranza, sembra non possa essere mai veramente universale, almeno per la stampa.
La buona notizia è che di passi avanti ne stiamo facendo. Vi ricordate poco più di un decennio fa quando gli Oscar dati alle attrici erano pochissimo considerati rispetto a quelli dei colleghi uomini? Ecco, poi è arrivata Maryl Streep.
Abbiate fiducia, abbiate speranza.

Anna Contesso