Tra muri e diritti: ciclo di conferenze sul conflitto israelo-palestinese

Che tra Israele e Palestina sia in corso da anni un conflitto produttivo di milioni di profughi è cosa nota, purtroppo non fa quasi più nemmeno notizia. Ma quali sono le origini della lotta e quali le prospettive future? Quali le ragioni e quali le implicazioni giuridiche? A questi e a molti altri interrogativi il recente ciclo di conferenze – organizzato dagli studenti di Progetto Palestina presso l’Aula Magna del CLE nelle giornate di giovedì 9 e venerdì 10 marzo – ha cercato di fornire una risposta, nella speranza di sensibilizzare i numerosi partecipanti verso tematiche su cui tuttora, dopo tanti decenni, la disinformazione ancora  regna sovrana.

L’evento, suddiviso per tematiche in quattro differenti panel, ha visto succedersi un’eterogenea serie di relatori, interessanti testimonianze e la proiezione del cortometraggio “One Minute” e del documentario “The iron wall”.

Promesse non mantenute e status di rifugiati. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le problematiche inerenti alla spartizione dei territori della cd. “Palestina storica” non cominciano con la creazione a opera delle Nazioni Unite dello Stato di Israele nel 1948, ma hanno radici più profonde, che si intrecciano alle mire espansionistiche europee di fine Ottocento. Per convincere l’Impero ottomano a entrare in guerra nel 1914, infatti, la Gran Bretagna (interessata come molti altri ad accrescere il suo controllo su quei territori) aveva promesso aiuto nella creazione, a guerra finita, di uno Stato nazionale arabo, promessa in seguito dimenticata a favore di un impegno analogo preso con la dichiarazione di Balfour del 1917 con il movimento sionista. Le migrazioni (aliyah) del Ritorno e le tragedie della seconda guerra mondiale fecero il resto, convincendo le potenze dell’epoca della necessità di creare uno Stato ebraico. Con il senno di poi possiamo facilmente notare come la creazione di due nuovi Stati invece che di uno solo avrebbe probabilmente risolto buona parte della questione.

Oggi la situazione giuridica dei profughi palestinesi prodotti dal continuo espansionismo israeliano è regolata dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (1951), ma ottenere un’adeguata protezione, in Italia come altrove, è subordinato a parecchi requisiti non sempre di facile verificazione.

“Chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane”. Una possibile soluzione al conflitto potrebbe arrivare dalla Corte penale internazionale…se non fosse per la sua natura di corte arbitrale, che le permette di “funzionare” solo nei confronti di quegli Stati che abbiano accettato di sottoporsi alla sua giurisdizione. Peccato che Israele, che è uno Stato, non abbia mai aderito allo Statuto di Roma, che di tale corte è il trattato istitutivo…e la Palestina, che avrebbe aderito volentieri, non sia affatto uno Stato.

Un muro che cammina da solo. Altro elemento di evidente violazione del diritto internazionale è il muro costruito da Israele “a scopo difensivo”, la cui lunghezza misura circa il doppio dell’attuale linea di confine con la Palestina e che giorno dopo giorno continua ad avanzare, inglobando i settlements israeliani edificati abusivamente su territorio palestinese e limitando al massimo la libertà di circolazione della popolazione locale, con conseguente danno per l’economia e innalzamento critico dei livelli di disoccupazione. A fronte di una situazione del genere, non sono pochi coloro che scelgono di emigrare. Eppure l’art. 49 della Convenzione di Ginevra vieta chiaramente di alterare lo status demografico dei territori occupati

Non vedo, non sento e non parlo. Riconoscere la Palestina come soggetto di diritto internazionale in virtù del principio di autodeterminazione dei popoli forse aiuterebbe a riequilibrare la situazione, ma l’instabilità della sua organizzazione interna e una certa ritrosia da parte delle potenze occidentali, Stati Uniti in primis, a trattare l’argomento hanno condotto all’attuale situazione di stallo. Mentre Israele continua giorno dopo giorno a creare “un’isola di Occidente in un mare d’Oriente”.

Valentina Guerrera