Un ospedale per il Rojava (e un luogo per Ararat)

Del Rojava abbiamo già parlato: si tratta di uno Stato non riconosciuto che comprende il nord della Siria, di prevalenza curda, organizzato secondo un modello chiamato confederalismo democratico.

Sappiamo che da anni la Siria versa in una situazione tragica: tra i bombardamenti delle forze occidentali e gli scontri fra ISIS e resistenza locale (composta per lo più da curdi) tutto è distruzione e macerie. Nel dicembre 2015, una potente offensiva dell’ISIS distrusse le principali strutture di Tall Temir –città situata in Rojava e abitata da circa 50mila persone–, compreso l’unico ospedale della regione. Da allora, i malati vengono portati in un ospedale da campo, che è naturalmente insufficiente in una situazione del genere. I feriti sono tantissimi, la mortalità infantile alta, e c’è l’emergenza di molte infezioni, tra cui la leishmaniosi (malattia che qui colpisce solo i cani e i gatti). Il fatto che Turchia e Iraq abbiano chiuso i corridoi umanitari non aiuta.

Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus ha avviato una campagna di crowdfunding per la ricostruzione dell’ospedale di Tall Temir. L’obiettivo è avere un edificio e un personale sanitario in grado di garantire assistenza sanitaria di base e di secondo livello (quindi reparti chirurgici, di malattie infettive, di ginecologia e ostetricia, e via dicendo). Finora sono stati inviati 62mila euro, ma la ricostruzione dell’ospedale ne richiede 250mila, ed è quindi evidente che la strada è ancora lunga. Chi volesse contribuire con una donazione, lo può fare a questo indirizzo.

Ostacolo non da poco per il progetto è anche l’indifferenza della politica e di parte dei media europei per le questioni curde. Proprio in questo periodo a Roma si sta svolgendo una triste vicenda che riguarda l’atto di sgombero, rivolto all’associazione Ararat, dei locali ad essa regolarmente concessi in Largo Dino Frisullo. Ararat è un centro socio culturale che prende il nome dal monte più importante del Kurdistan, e che da anni costituisce un punto di riferimento per i cittadini curdi che intendono chiedere asilo politico in Italia, fornendo loro ogni servizio e informazione (in conformità alla direttiva 2005/85/CE), senza oneri per lo Stato e i Comuni.

Ararat ha sempre pagato i canoni dovuti al Comune di Roma, ha altresì richiesto nel termine di legge il rinnovo della concessione (rinnovo previsto, dopo i primi sei anni, a semplice richiesta). Eppure nessuna risposta è giunta dal Comune, finché nel marzo 2016 non è stato notificato ad Ararat –e ad altre decine di associazioni– un atto di sgombero per mancato rinnovo della concessione.

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Questa vicenda si colloca in un contesto di disagio del Comune di Roma: la Corte dei Conti ha fatto forti pressioni per l’immediato recupero di risorse economiche, che anni di malagestione avevano prosciugato; una delibera del 2015, riconducibile all’allora sindaco Marino, si proponeva di effettuare un riordino del patrimonio immobiliare del Comune di Roma, senza tuttavia prevedere modalità e priorità, né una distinzione tra attività commerciali e attività di interesse sociale e culturale.

Le proteste sono state numerose e la situazione è ancora in divenire. Il 22 marzo era fissata un’udienza di discussione presso il TAR Lazio, udienza che però ha portato a nulla di fatto. Sembra tuttavia che Roma si stia rendendo disponibile a rivedere le proprie decisioni.

Quello di cui il popolo curdo ha bisogno, probabilmente, è più solidarietà, più informazione e più rispetto per quei diritti sanciti dalla nostra stessa Costituzione.

 

Silvia Gemme