Binxêt – Sotto il confine

“Il confine è una linea che separa. È netta, non ammette ambiguità. Non consente transiti che non siano regolamentati. Ha dalla sua il peso della legge: per scavalcarlo bisogna infrangerla. Nulla è più artificiale di un confine”

Torino, 11 maggio: per la prima volta in Italia è stato proiettato Binxêt – Sotto il confine, film documentario di Luigi D’Alife che racconta la situazione sul confine turco-siriano, stretto tra la Turchia di Erdogan e le incursioni dell’ISIS, attraverso la vita quotidiana e le parole delle persone comuni che abitano lì… contadini, madri, migranti e combattenti.

Il documentario, proiettato al cinema Greenwich grazie al circuito di distribuzione MovieDay (che consente al pubblico di portare un dato film in sala, a patto che venga raggiunto un certo quorum di spettatori), è stato realizzato partendo dai materiali raccolti dal regista durante i suoi numerosi viaggi in Rojava a partire da maggio del 2015, quando la città di Kobane, recentemente assediata dall’ISIS, era stata liberata da meno di quattro mesi e il confine con la Turchia era ancora completamente bloccato. Attualmente sono previste proiezioni analoghe in altre città e ancora una a Torino, ma il film resta comunque disponibile su distribuzioni dal basso, piattaforma che promuove la distribuzione delle piccole produzioni indipendenti come questa.

kurdistan.gifLe problematiche territoriali del popolo curdo, costretto a vivere in luoghi che secondo le nostre cartine appartengono a quattro Paesi diversi (Turchia, Siria, Iran, Iraq), nessuno dei quali si chiama Kurdistan, hanno radici profonde. Centrale per tutta la durata del film è la tematica del confine, semplice linea su una cartina o filo spinato e muri di tre metri attentamente controllati dai soldati affinché nessuno possa passare oltre. ferroviaTra Siria e Turchia, infatti, dal 1921 corre una ferrovia, costruita dai tedeschi per collegare Berlino e Baghdad, il cui tracciato coincide oggi con i circa 911 km di frontiera fra i due Stati. In lingua curda il termine binxet, da cui il titolo del film, significa “ciò che sta sotto il confine”, mentre “ciò che sta sopra il confine” è detto serxet. Parliamo dunque rispettivamente di Rojava e Bakur, non di Siria e Turchia; e poiché si tratta di territori abitati da secoli da un unico popolo, non stupirà scoprire come tantissime città siano state letteralmente divise a metà dal confine assumendo nomi diversi, sebbene siano separate in certi punti solo da qualche centinaio di metri.

Tra le storie che ascoltiamo vi è quella di Azad, che a 16 anni provò con la sua famiglia a scappare dalla guerra attraversando il confine. L’unico modo per passare era affidarsi a trafficanti, pagando una somma consistente. I trafficanti erano però d’accordo con i militari turchi, così Azad, catturato, fu portato in un carcere dove subì torture psicologiche e fisiche – i soldati lo picchiavano con i bastoni, lo facevano distendere e gli camminavano addosso con gli scarponi. Dopodiché lui e la sua famiglia furono riportati sul confine e fatti tornare in Siria.

Dalla seconda metà del film documentario il tema si sposta sull’accordo Unione Europea-Turchia, firmato nel marzo 2016 e di cui vi abbiamo parlato un anno fa. L’accordo ha come scopo la gestione dei flussi migratori: l’Europa riconsegna alla Turchia i migranti arrivati in Grecia che non hanno ottenuto la protezione internazionale, la Turchia si impegna a limitarne l’ingresso nei confini dell’Unione Europea, in cambio l’Europa finanzia abbondantemente la Turchia con somme che dovrebbero servire alla costruzione di campi-profughi, alla gestione dell’emergenza e via dicendo.

La realtà di quel che accade è però ben diversa. Solo l’8% dei migranti vive nei campi profughi predisposti dalla Turchia, il restante popola per lo più le periferie delle grandi città. Nei campi profughi il trattamento e l’organizzazione è quello di un carcere, non è azzardato affermare che la Turchia non prova interesse per le condizioni dei profughi, e dei profughi curdi in primis. Il suo modus operandi è chiudere il confine con la Siria e sparare a chiunque provi ad avvicinarsi: contadini, famiglie che vogliono riunirsi, a volte perfino bambini.

Una delle cose più sconvolgenti è che i 3 miliardi pagati dall’Europa sembrerebbero essere investiti in una guerra contro i curdi del Rojava e del Bakur: il documentario ci mostra crude immagini di bombardamenti, colpi di mortaio, coprifuoco, con cui l’esercito turco vessa le città oltre il confine. L’altra cosa sconvolgente è che la Turchia sembra appoggiare Daesh (l’ISIS). Infatti apprendiamo che quando la città di Tell Abiad era sotto il controllo di Daesh, il confine era aperto e vi transitavano mezzi e cibo; inoltre ci sono prove di un campo di addestramento di miliziani vicino Adana (città turca).

La domanda allora è spontanea: perché le popolazioni europee lo accettano? In primis, forse, perché non se ne parla, e per il mondo mediatico in cui viviamo quello che non passa sugli schermi televisivi non esiste. Ne parla inoltre Riza Altun, uno dei fondatori del PKK: <<La società europea si è fondata su alcuni principi, ne va molto orgogliosa. Ma con la questione dell’immigrazione l’Europa è diventata opportunista. L’Europa è disperata.>> L’Europa, insomma, è disposta a rinnegare i propri valori pur di vedere risolto il problema dei migranti.

Secondo Riza Altun la Turchia è ben consapevole del potere che ha sull’Europa e usa i migranti come minaccia, ad esempio lasciando intendere di poter rivedere l’accordo.

17021840_1399018876827758_7069168832384765241_nMa la preghiera che viene dalle persone intervistate da Binxêt – Sotto il confine è una sola: che l’Europa tenga fede ai valori sui quali è stata fondata. Perché oltre il confine turco-siriano, nel territorio autonomo e autogestito del Rojava, sta accadendo qualcosa, una rivoluzione. È una rivoluzione che parla di sistema democratico, di uguaglianza di genere, di ecologia. È una rivoluzione che condivide i valori fondanti dell’Unione Europea, ma è anche molto diversa per costumi, tradizioni, storia, colori, balli, canti tutti suoi.

Come scrive la scrittrice turca Arzu Demir (che oggi rischia 14 anni di carcere):

“Il Rojava è il luogo che rende eroi le persone qualunque, e le persone qualunque eroi.”

Silvia Gemme e Valentina Guerrera