La La Land, l’archetipo del musical moderno

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Parlando dell’ultimo anno cinematografico, che si è concluso con la cerimonia degli Oscar a febbraio, una menzione obbligata va fatta a La La Land, film di Damien Chazelle che, dopo la fortuna di Whiplash, decide di far rivivere un genere che, al cinema, sonnecchiava pazientemente dai tempi di Mamma Mia (a parte le passabili eccezioni de Les Miserables  e Into the Woods). Ma La La Land è davvero, come tutti credono, un musical?

[Vi avvisiamo che la recensione conterrà diversi SPOILER (!!!), quindi continuate a vostro rischio e pericolo]


Partiamo da un presupposto: chi vi scrive ama i musical. Prima dei dieci anni avevo consumato, a furia di guardarle, le videocassette di Grease e de I Miserabili. Ed è dall’alto della mia comprovata esperienza che posso dire con tutta la serenità che La La Land non è un musical. O, per lo meno, non nel senso canonico del termine. Ed è questo il punto focale di tutto il film, che lo rende unico e, in futuro, lo farà assurgere nel gotha dei classici della cinematografia. La pellicola gioca con lo spettatore, lo convince di stare guardando prima un musical, poi una commedia leggera, poi una romantica e infine un film drammatico, senza soluzione di continuità. L’atmosfera onirica iniziale lascia presto il passo alla realtà della vita tutti i giorni e il sole dell’inizio diventa il buio un po’ fumoso di un locale jazz.

Ma andiamo con ordine. L’intera canzone di apertura (Another day of sun) dura quasi quattro minuti, ma non accenna a presentare né i personaggi di Mia e Sebastian (una pazzesca Emma Stone e un fenomenale Ryan Gosling) né la loro storia o i loro interessi. L’ouverture è completamente slegata dalla trama, ma ha una funzione fondamentale ai fini dell’economia del film. Essa crea l’illusione nello spettatore di essere davanti ad un musical: i colori accesi dei costumi, il paradosso di cantare con gioia durante un ingorgo autostradale assieme a dozzine di sconosciuti sui passi di una coreografia perfettamente concertata, la leggerezza del messaggio del testo che semplicemente annuncia l’arrivo di un altro ennesimo giorno di sole e felicità.

I protagonisti vengono presentati subito dopo: Mia è una giovane ragazza che, servendo caffè  nella Los Angeles dei giorni nostri, sogna di diventare un’attrice, partecipando a innumerevoli provini nei quali viene trattata con sufficienza; Sebastian è un musicista jazz che sogna di aprire un suo locale, ma, oberato dalle bollette e dai debiti, arrotonda suonando in un ristorante, costretto dai rigidi dettami del suo datore di lavoro che lascia ben poco spazio alla sua creatività. I due si conoscono e si innamorano, mentre il film sembrerebbe avviarsi verso una conclusione fin troppo scontata.

La La Land, strizzando l’occhio ad alcuni accorgimenti nostalgici del cinema d’altri tempi, potrebbe essere anacronisticamente diviso in primo e secondo atto, il cui spartiacque è rappresentato della scena del Planetarium, che segna la fine del musical vero e proprio. Nella prima metà della pellicola, infatti, Chazelle abusa di citazionismo, riprendendo (talvolta di sana pianta) intere scene di vecchie commedie musicali (Grease, West Side Story, Singing in the rain e Shall we dance per citare le più famose). E se è vero che l’elemento essenziale del musical è il sogno, inteso come concezione onirica della realtà, il film accompagna lo spettatore in un climax di colori vividi, scenografie visionarie e situazioni sempre più al limite dell’assurdo fino ad arrivare alla scena del Planetarium, appunto, dove Mia e Sebastian si trovano a danzare letteralmente tre le stelle. Se il film si fosse interrotto qui, allora parleremmo di un ottimo musical, con una storia finita e dei personaggi bidimensionali degni della miglior commedia di Ginger Rogers e Fred Astaire. Ma c’è ancora il secondo atto.

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La scena del Planetarium con i protagonisti che danzano tra le stelle è l’apice (e anche il momento conclusivo) del musical in sé

Nella seconda metà il film cambia volto, anche visivamente parlando: i colori si fanno più tenui, le riprese passano dall’esterno-giorno all’interno/esterno-notte, gli abiti tornano più sobri e si ingrigiscono. E perché tutto questo? Perché il musical ha esaurito la sua magia, i due giovani si sono innamorati e sono tornati alla loro vita, ai loro problemi e alle loro aspirazioni. Il musical ha raccontato perfettamente quello che succede nella vita di ciascuno quando ci si innamora, annullando i timori e le scadenze che impone il mondo. Ma tutti sanno che l’idillio dell’innamoramento non è eterno e presto bisogna tornare alla realtà.

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Le differenze cromatiche tra inizio e fine colpiscono lo spettatore più di quanto non faccia la colonna sonora o la storia raccontata

 

Come già detto in precedenza, il filo conduttore delle vicende dei due protagonisti è il sogno, che nella loro giovane ingenuità rappresenta il motore di ogni azione. Mia decide di lasciare il suo lavoro nella caffetteria per impegnarsi nella scrittura di un’opera teatrale di cui sarà l’unica protagonista e nella quale riversa le sue speranze, mentre Sebastian è costretto a scendere a patti con la sua visione artistica del jazz e ad accantonare il suo sogno per intraprendere la carriera musicale del tastierista di una band, così da guadagnare credibilità agli occhi della famiglia di Mia.

Inizia così a farsi largo, in modo via via più vistoso e ingombrante, il principio del compromesso, che giungerà al suo apice quando i due ragazzi, sulla stessa collina dove avevano cantato e ballato la prima volta insieme, decidono di separarsi definitivamente, ognuno per inseguire il proprio obiettivo.

La La Land non è solo un ottimo film, recitato divinamente e diretto in modo magistrale, con una colonna sonora che entra nel cervello e vi attecchisce al primo ascolto. La La Land è il figlio del musical di stampo classico e, contemporaneamente, il padre del futuro musical contemporaneo, dove la spensieratezza naif dell’idillio musicale colorato e senza tempo si scontra con una realtà che lascia sempre meno spazio all’ingenuità. Mia e Sebastian hanno un sogno e sono disposti a tutto pur di raggiungerlo, anche ad abbandonare la relazione che li aveva fatti ballare tra le stelle: capiscono che per essere finalmente realizzati dovranno essere infelici e abbracciano questo sentimento, ben più adulto della semplice gioia acritica della commedia musicale, con il sorriso.

Quando, sulle note dell’epilogo, il film mostra come sarebbe potuta essere la loro vita assieme, nessuno dei due decide di correre incontro all’altro, in un finale sdolcinato e irreale. La loro vita insieme (quella nella quale tutti gli spettatori con un minimo di cuore avevano sperato fino all’ultimo) rimane relegata in un sogno che nessuno dei due tenta di trasformare in realtà.

Luca Negro

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