Il vizio oneroso

Se è vero che nel mondo sono di più i fumatori rispetto alle fumatrici, negli ultimi anni abbiamo assistito a un’inversione di tendenza per quanto riguarda l’incidenza del fumo nei due sessi: sempre più uomini smettono di fumare, e sempre più donne incominciano. Una fetta di popolazione inizia a ridurre i consumi, ma abbiamo un inversione di tendenza dall’altro lato del campo.
Dati del WHO ( Word Health Organization) mettono in evidenza come sei milioni di decessi all’anno avvengano solo per colpa del fumo, provocando una spesa di mezzo trilione di dollari. Il numero di decessi è destinato ad aumentare nel 2020 a sette milioni, e otto nel 2030.

Il fumo non causa solo i famosi cancro al polmone, bocca, labbra, laringe, vescica, cervice, ma anche altre patologie gravi e debilitanti, come la BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva).
Il fumo ha perciò effetti diretti sulla popolazione, che si tramutano immancabilmente in effetti indiretti, quali costi sanitari e sociali.

In Italia sono più di 70.000 i decessi all’anno a causa del fumo e c’è una tendenza di abbassamento dell’età di inizio, che in alcuni casi riguarda poco più che bambini.

Ma quanto pesano le conseguenze del fumo sugli Stati?

Per stabilire quale sia l’impatto economico del fumo per la sanità, i ricercatori medici hanno utilizzato due metodi: CEA (cost effective analysis) e il CBA(cost-benefit analysis).
CEA è una misura di risparmio sui costi. Collega il costo di un intervento al miglioramento della salute. Gli elementi che costituiscono questa misura sono i casi evitati, gli anni di salute guadagnati, decessi evitati e i ricoveri in ospedali evitati. La CBA è invece una tecnica economica che viene utilizzata per confrontare i costi per la realizzazione di un progetto e il guadagno che ne può conseguire.
Con dati alla mano dei paesi che detengono il monopolio dell’industria del tabacco, l’onere economico del fumo stimato in termini di PIL rivela che il fumo rappresenta circa 0,7% del PIL cinese e circa l’1% del PIL degli Stati Uniti.

Le mosse dei governi.

L’organizzazione Mondiale della Sanità ha messo a punto un programma di prevenzione MPOWER (Monitorizzazione dell’uso del tabacco; Proteggere le persone dal fumo di tabacco; Avvisare circa i pericoli sul tabacco;Forzare i divieti sul tabacco, pubblicità e promozione;Alzare le imposte sul tabacco). Non tutti i paesi del mondo però adottano tutte e sei le strategie.
Nei paesi ad alto reddito, oltre alle campagne di sensibilizzazione, c’è stato un aumento delle imposte sul tabacco. Il motivo può ritenersi puramente economico, perché la stessa industria del tabacco, attraverso le tasse, contribuisce a grosse aliquote di PIL del paese stesso. Per fare un esempio, i redditi del settore del tabacco rappresentano fino al 7,4% delle entrate governative centrate in Cina.

imagesI paesi ad alto reddito negli ultimi anni hanno orientato il mercato verso la sigaretta elettronica, anch’essa adeguatamente tassata, dove gli studi hanno dimostrato che i livelli di nicotina sono diminuiti rispetto alle sigarette tradizionali, oltre a esserci meno tossine. Non è stato approfondito ancora l’impatto a lungo termine per la salute.

La bilancia.

Da un lato faraoniche spese sanitarie per colpa del fumo e dall’altro cospicui introiti derivanti dal mercato stesso. Una bilancia che oscilla come un pendolo per sostenere due pesi e due misure diversi.
In tutto questo però il vizio rimane.

Luca Peluso

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