Sciopero docenti universitari: cosa chiedono i professori

Lo sciopero dei docenti universitari ci ha toccati più o meno tutti quanti: chi si è visto saltare un appello, chi lo ha visto slittare, chi ha comunque avuto paura che succedesse l’una o l’altra cosa. Vediamo ora di capire quali siano le ragioni che lo hanno provocato, per cercare di comprendere un’agitazione che ha coinvolto così tanti docenti.

Nella lettera di proclamazione dello sciopero, i docenti e i ricercatori universitari hanno chiesto due cose: che le classi e gli scatti stipendiali venissero sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, e che il quadriennio 2011-2014 venisse riconosciuto a fini giuridici.

Che cosa era successo? Con il decreto legge 78 del 2010, per contenere la spesa – eravamo in piena crisi economica – era stato disposto uno stop agli scatti di anzianità per il pubblico impiego relativamente al periodo 2011-2014. Siccome nel pubblico impiego è compreso il mondo dell’Università pubblica, questo provvedimento toccava in maniera diretta anche i docenti e i ricercatori. In seguito, superato il “momento critico”, a partire dal primo gennaio 2015 sono stati riavviati gli aumenti per tutti i dipendenti pubblici… con l’eccezione dei docenti e dei ricercatori universitari. Costoro hanno visto sbloccarsi gli scatti stipendiali solo a partire dal 1° gennaio 2016, quindi con un anno di ritardo rispetto ai loro “colleghi” dipendenti pubblici. Non solo: per loro non sono stati riconosciuti effetti giuridici agli anni 2011-2014, vale a dire che ciò che è stato maturato in quegli anni è esattamente come se non fosse avvenuto.

Se questa è la “goccia che ha fatto traboccare il vaso”, possiamo dire che esistono ragioni più strutturali. L’Italia è uno dei Paesi europei che investe di meno nel mondo accademico (dati Eurostat del 2015), i docenti italiani si trovano in una posizione (sia economica che di prestigio) mediamente inferiore rispetto ai colleghi esteri, e questo – in un contesto internazionale come può essere quello dell’Università – può facilmente dare luogo a malumori. In più si crea un circolo vizioso: meno si investe sull’insegnamento universitario (investimento che può consistere, ad esempio, in bonus per l’acquisto di materiale aggiornato, oppure in corsi di formazione), più si avrà un insegnamento svogliato e carente.

Che riscontro ha avuto lo sciopero? Cosa succederà adesso?  Se erano 5.444 i firmatari della lettera di proclamazione dello sciopero, hanno alla fine aderito in ben 10.580, un quinto della docenza italiana. Un risultato importante, se si considera anche che il tutto si è svolto senza l’aiuto dei sindacati. I malumori dei docenti e dei ricercatori non si possono però dire sanati, dal momento che non c’è stata ancora risposta alle loro richieste. Un ulteriore motivo di indignazione è stata la riunione indetta tra la CRIU (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), i sindacati e la ministra Fedeli, riunione volta a regolamentare lo sciopero, e vista dalla docenza quasi come un “tradimento” da parte dei rettori. Pertanto, non è impossibile che il salto dell’appello prosegua a gennaio.

Siccome la situazione è in divenire, invitiamo gli studenti a continuare a mantenersi aggiornati, in modo da prevenire, per quanto possibile, ulteriori disagi.

Silvia Gemme

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