Autunno 2017: è tempo di referendum

Referendum in Kurdistan

Il 25 settembre si è tenuto nel Kurdistan iracheno un referendum per l’indipendenza della regione a grande maggioranza curda. L’iniziativa, definita “illegale” dal governo iracheno e vista con molta preoccupazione dagli Stati confinanti (anch’essi con una forte presenza curda) e perfino da Stati Uniti ed Europa, rischia di essere la causa di nuove divisioni interne e scontri tra governo e civili. Il referendum però si è svolto in modo democratico all’interno della regione curda, che al massimo può essere tacciata di intempestività in un periodo di gravi tensioni, e voleva solo essere lo spartiacque per iniziare a parlare di una futura possibile indipendenza. L’obbiettivo, insomma, era principalmente quello di mettere l’accento su questo tema, in un periodo di grande attenzione mediatica rivolta a quelle regioni del mondo.

In questo contesto, la risposta di Iraq, Iran e Turchia, con i loro schieramenti e dimostrazioni militari al confine con la regione, è, per usare un eufemismo, decisamente eccessiva. Da che mondo è mondo, sono i governi bellicosi e belligeranti a causare le guerre civili, non le dimostrazioni di democrazia.

Referendum in Catalogna

La situazione nella regione autonoma catalana si è profilata in modo nettamente diverso: qui il referendum del 1° ottobre è veramente fuori legge, non solo perché non riconosciuto dal governo (e la Spagna è un paese democratico, a differenza dell’Iraq), ma anche per i procedimenti usati, a partire dalle schedine stampabili da casa, fino all’assoluta mancanza di controlli, che hanno portato a casi di doppie o quadruple votazioni. Detto ciò, il partito indipendentista ha ottenuto la maggioranza, ma con solo 2,2 milioni di votanti su 5 milioni, contando anche “le doppie”. Non una vittoria così schiacciante, quindi. In ogni caso la reazione del governo centrale ha aiutato la causa: per l’intervento della polizia, nel tentativo di impedire gli ingressi alle urne, quasi 1000 civili sono stati feriti.

Madrid ha fatto un errore enorme, inimicandosi ancora di più la minoranza indipendentista. Forse però la Catalogna dovrebbe interrogarsi sulla legittimità delle sue richieste e sulle sue conseguenze, dato che se si separasse dalla Spagna non farebbe più parte dell’UE. Quante Brexit ci vorranno per capire che la forza dei singoli Stati europei risiede nella loro unione?

Referendum in Lombardia e Veneto

A proposito di “l’unione fa la forza”, il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si cercherà di dimostrare il contrario. I referendum hanno lo scopo di chiedere ai cittadini la loro opinione riguardo a una possibile maggiore autonomia delle due regioni rispetto allo Stato, con qualche variante. Se vincesse il sì, spetterebbe ai governi regionali decidere se e quando fare le loro richieste, che in ultimo dovranno essere approvate o respinte dallo Stato. La differenza tra le due regioni è che in Veneto il referendum per essere riconosciuto prevederà un quorum (ovvero un numero minimo di votanti) mentre in Lombardia no.

Tutto molto bello, evviva la democrazia. Ma c’è un ma. Questa proposta può essere fatta al governo dalle regioni autonomamente, senza bisogno di nessun referendum (l’ha fatto l’Emilia-Romagna a luglio). Allora perché usare 50 milioni di euro in Lombardia e 14 in Veneto per una consultazione non necessaria? Mettendo in conto che le due regioni sono capitanate dalla Lega Nord – da Zaia e Maroni per capirci – questa sembra essere una mossa politica (nemmeno tanto subdola) per farsi un po’ di pubblicità prima delle prossime elezioni.

Anna Contesso

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