Bojack Horseman, un cavallo con problemi umani

Non molto tempo fa ho ceduto, come ogni bravo studente universitario, alle meraviglie di Netflix e la prima serie che ho recuperato è stata “Bojack Horseman”. Due giorni e mezzo dopo l’avevo finita e avevo molte domande e dubbi per la testa su di me, la vita e l’universo. Ma facciamo un passo indietro.

Bojack Horseman è probabilmente la serie animata originale Netflix per adulti più famosa del momento. Il protagonista è Bojack, un attore di mezza età diventato famoso negli anni ’90 grazie alla sitcom Horsin’ Aroud dove interpretava il padre adottivo di tre orfani ed ora disoccupato, alcolizzato e dipendente da droghe. Ed è un cavallo. Non è l’unico personaggio antropomorfo della serie, tra personaggi fissi e comparse, non sono inusuali cani, gatti, pinguini e altro ancora, che convivono tranquillamente con gli esseri umani. Le prime tre stagioni della serie girano completamente intorno a Bojack con rari accenni agli altri personaggi. Lentamente ci viene mostrata la sua vita disfunzionale, tra depressione e bugie, rimpianti e nostalgia e, soprattutto, vizi. Più ci appare colorato il mondo in cui si muove Bojack, tra attori più o meno affermati di “Hollywoo” (posso assicurarvi che in questo caso è scritto bene) e personaggi dalla forte personalità, più diventa chiaro il buco nero che il protagonista sente dentro di sé. Per queste prime tre stagioni, devo ammettere che continuavo a chiedermi “perché piace così tanto alle persone?”. Sicuramente è pieno di battute divertenti e certe riflessioni toccano picchi filosofici che non mi sarei mai aspettata da un cartone animato su un cavallo alcolizzato. L’unica cosa che mi era chiara era che la serie, paradossalmente, mostrava una delle cose più vere della vita: non sempre tutto migliora, quando tocchiamo il fondo non è detto che lo sia davvero. Finale di stagione dopo finale di stagione questo mi sembrava sempre più chiaro. Intendiamoci: non è un crescendo di malvagità alla Breaking Bad. È un andamento naturale, vero come quando la vita va avanti e non sai che fare.
Poi è arrivata la quarta stagione.

La quarta stagione è stata criticata da molti e amata da tanti altri e io mi inserisco tranquillamente nella seconda categoria. Il protagonista di questa stagione non è più Bojack, se vogliamo, ma tutto quello che ruota intorno a lui. Viene dato ampio spazio ai personaggi secondari, magari gli stessi che nelle stagioni precedenti hanno più o meno cercato di aiutare Bojack, che ora si mostrano ugualmente fragili e vuoti come l’amico equino. I tempi comici diminuiscono tantissimo per lasciare spazio a temi più sensibili quali l’identità sessuale e la maternità ma, soprattutto, ci viene mostrata la famiglia di Bojack. Questo argomento, toccato al minimo nelle prime stagioni, qui diviene uno dei temi principali, soprattutto quando si parla della storia della famiglia della madre di Bojack. A guardare queste scene, per chi ha visto le altre stagioni, facilmente tornano alla mente le parole di Beatrice, la madre del protagonista, in a puntata: you were born broken. Per un momento potremmo pensare che sia così, che Bojack sia condannato a quella vita a causa della storia della sua famiglia. Ma Bojack ci sorprende, è ancora il cavallo alcolizzato del primo episodio, ma qualcosa inizia a cambiare. Ed ecco, improvvisamente, senza quasi che me lo aspettassi, il secondo momento da “vita vera”: il nostro passato non determina il nostro futuro, determina solo il nostro punto di partenza.

L’unica critica che mi sento di muovere verso questa serie è la “lentezza” con cui si è schiusa. La quarta stagione è un raro gioiello, ma prima mi son dovuta comunque guardare tre stagioni in cui continuavo a chiedermi “perché lo sto facendo?”.
Ora non c’è che da attendere la quinta stagione che è stata già confermata, grazie al cielo.

Emilia Scarnera

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