Nitsch e la liberazione dell’io attraverso l’eccesso

Quando il nome di Hermann Nitsch (artista viennese famoso per le sue performance cruente ed eccessive) emerge nelle conversazioni capita spesso che le persone coinvolte reagiscano con espressioni di disprezzo ed assoluto rifiuto. Nitsch è famoso come l’artista violento che “squarta gli animali” e che “non ha rispetto per la vita”.
L’arte può avere  a che fare con il sangue e la morte che ripugnano i nostri sensi? Secondo l’opinione comune e diffusa no: essa deve essere luce, colore, leggerezza e bellezza. L’arte deve essere lo specchio di un mondo astratto, lontano dalla realtà cruda e tangibile dalla quale ha il dovere di distoglierci.
L’artista viennese, attraverso le sue performance, invece, supera ogni tipo di pregiudizio estetico. Egli non ci trasporta lontano, in un mondo etereo e sognante; al contrario, ci conduce in una realtà concreta e profondissima che coinvolge tanto intensamente da essere percepita dai più insopportabile e pericolosa.

L’impatto con l’opera artistica di Nitsch è immediato e violento e con esso emergono i nostri tabù. Questi limiti  ora si impongono con prepotenza alla coscienza e, nel disprezzo per l’affronto subito, ci costringono a voltare lo sguardo verso qualcosa che le procuri nuovo sollievo. L’opera che Nitsch compie nell’immediato nei nostri confronti è di per sé già significativa: uscendo dalla tela bidimensionale, l’arte ci attira inesorabilmente nel proprio spazio ed estrae dalla profondità del nostro essere realtà sempre taciute, mai svelate, e che ora si impongono alla nostra attenzione. Ad un primo sguardo emerge infatti un importante lato della personalità di ognuno di noi: l’immenso muro costruito attraverso i tabù che non lascia spazio alla contemplazione della morte e del brutale, ma solo permette di far entrare la luce del sole e della vita.

Se scegliamo di guardare al di là del muro, trascurare momentaneamente la paura che questo sia troppo per noi,  potremo cogliere come Nitsch voglia e forse riesca a trovare quell’espressione artistica che  davvero riesce a restituire il generale all’individuale. Ciò che Nietzsche vedeva pienamente realizzato nella tragedia. La tragedia di Nitsch “sta lì, in questa esuberanza di vita, di dolore e di gioia, perduta in estasi sublime”. Se osiamo vivere la sua opera senza pregiudizi, scopriremo che anche la violenza, il raccapricciante e la morte hanno un valore, un valore catartico. Viene svelata con esso la totalità della vita, la parte della medaglia che i tabù provano a nascondere.

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Nitsch ci permette momentaneamente di vedere i nostri limiti e quindi volgere lo sguardo al di là di questi, scoprire l’immenso caos della realtà. Essa è cruda e ripugnante quanto bella e rasserenante. Egli propone la vita nella sua totalità e dunque  nelle sue contraddizioni: l’artista viennese non nega e non afferma, ma “dice sì e no” allo stesso tempo. Celebra la vita e dunque, in contemporanea, la morte.

Nisch sa che tutto questo può essere possibile solo nel campo dell’arte. Un mondo reale, ma lontano dalla necessità.  L’artista capisce quanto sia fondamentale conoscere, accettare e comprendere piuttosto che voltare le spalle per timore e sdegno: “l’arte ci salva ed attraverso l’arte ci salva a noi stessi la vita”.

Solo attraverso l’arte possiamo difenderci dal mondo della negazione, solo attraverso l’arte possiamo guardare a noi stessi senza pregiudizi, conoscerci e vivere in maniera più consapevole ed intimamente vera. Questo è il vero ruolo sociale dell’arte: guardare a noi stessi attraverso il sentimento libero. Esso solo può condurre alla libertà dello sguardo che penetra e con indulgenza si sa e accetta.

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La riflessione che prende forma dall’opera di Nitsch ci porta a sorridere della reazione iniziale che essa  aveva comportato, ci fa  vedere come “la nostra cultura odi la vera arte perché teme di esserne uccisa e distrutta”. Chi si confronta con l’opera di Nitsch comprende che la vera arte non è pericolosa, ma è semplicemente “il prodotto necessario di uno sguardo gettato nell’intimo profondo”.

Angela Calderan

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