Aula del silenzio: è dibattito in Unito

Il mese scorso, all’interno dell’Università di Torino, si è aperto un dibattito riguardo alla proposta avanzata da alcuni alunni e dal Comitato Interfedi della città. Portavoce principali della questione si sono fatti la rappresentante dei Giovani Musulmani e Don Luca Peyron, responsabile della pastorale universitaria. La proposta riguarda una “stanza del silenzio”, cioè uno spazio tranquillo e isolato in cui poter pregare e svolgere le funzioni religiose indisturbati. Si tratterebbe di uno spazio aperto a tutti, interreligioso, a differenza di quello aperto nell’Università di Parma per i soli studenti di fede musulmana.

È importantissimo non farne una questione settaria, soprattutto in un ambiente come quello universitario che è, per sua stessa natura, laico. È importante prima di tutto per la salvaguardia stessa degli studenti – nel caso di Parma islamici – che potrebbero essere oggetto di bullismo per una sorta di “vendetta” contro dei presunti privilegi, e poi, ma non meno importante, perché non bisogna mischiare i concetti di pratica religiosa e spiritualità.
Mentre molti studenti si sono detti estremamente contrari all’apertura dell’aula, i vertici di Università e Politecnico stanno cercando di trovare una soluzione giusta per la questione, che potrebbe rivelarsi non di così semplice gestione. Infatti, come per tutto ciò che riguarda la libertà personale, e in questo caso il benessere delle persone, è necessario procedere con prudenza, per non pestare i piedi a nessuno. C’è da ritenersi fortunati di studiare in un istituto in cui le questioni delicate vengono prese attentamente in considerazione, così come la voce degli studenti. Proprio per questo l’Ateneo tutto sta proponendo un questionario su spiritualità, credo e abitudini religiose degli studenti, ai quali è stato inviato nella mail di Università.

La decisione non è semplice: da una parte, a favore degli studenti credenti, vi è il rispetto  della libertà di espressione, ma, dall’altra, è difficile immaginare un progetto del genere in una realtà come quella di Unito, che ora come ora ha un enorme problema di spazi a causa della chiusura di due piani di Palazzo Nuovo e del conseguente spostamento di uffici, aule studio e chi ne ha più ne metta. Inoltre, nonostante vi siano, come già detto, casi di “aule del silenzio” in altre realtà universitarie, è sempre difficile far valere dei diritti di religiosità all’interno di uno spazio pubblico dove per giunta – a differenza di carceri e ospedali – gli ospitati non hanno problemi di mobilità.
In ogni caso, ci auguriamo che questo dibattito apra nuovi possibili orizzonti di discussione, e non diventi l’ennesima scusa per lo scatenarsi di violenze.

Anna Contesso

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