Battlefront e Overwatch: quando il futuro è un azzardo.

Un tempo era più facile: compravi il tuo videogioco, tornavi a casa, inserivi il disco (o la cartuccia o la cassetta…) nella console e nel giro di pochi minuti eri la persona più felice del mondo. Il gioco era un prodotto finito, completo nella sua compiutezza, errori e bug compresi. Il giocatore sapeva di avere speso una cifra, ma poteva dormire sonni tranquilli, consapevole che non avrebbe più dovuto aprire il portafogli.

Facciamo un balzo in avanti di qualche anno, il mondo si è evoluto, l’ADSL è arrivata nelle case di quasi tutti, le console e i PC sono connessi a internet e prendono piede alcuni giochi definiti free-to-play: come dice la parola, un gioco che all’acquisto è gratuito, ma per il quale bisogna spendere dei soldi se si vuole approfittare di alcuni aiuti nel gameplay, altrimenti inaccessibili per chi si gusta il gioco senza spendere un euro. Per intenderci è lo stesso principio che regge l’economia dei giochi mobile, la maggior parte dei quali è gratis, ma se si vuole “fare più in fretta” bisogna comprare crediti o diamanti o monete d’oro o smeraldi o come viene chiamata la valuta nel gioco in questione.

Il mercato subì poi un’ulteriore evoluzione: qualcuno (probabilmente il demonio in persona) decise di inserire microtransazioni anche nei giochi fatti e finiti, quelli per cui il consumatore pensava di non dover più scucire un soldo. E così nacque la piaga dei pay-to-win.

Il problema dei giochi free-to-play e pay-to-win è che mascherano dietro il loro essere gratuiti e alle loro microtransazioni delle trappole per gli utenti: sempre più spesso si legge di persone che hanno scialacquato migliaia di dollari in microtransazioni, trovandosi sul lastrico.

La domanda cardine quindi è la seguente: le microtransazioni, le casse premio e le lootbox, i pacchetti e le bustine e ogni altro sinonimo e declinazione riusciate a trovare a questo concetto, sono da considerarsi come gioco d’azzardo?

Ci ha già pensato la Commissione Gioco del Belgio, esprimendosi su Battlefront II e Overwatch dopo un’approfondita inchiesta. La Commission ha riscontrato che i meccanismi psicologici che regolano le casse premio sono equiparabili a quelli del gioco d’azzardo, esponendo un gruppo indistinto di persone al rischio di sfociare in un disturbo o in una malattia.

Per farla facile: se per vincere al gioco devi spendere soldi, allora non c’è differenza tra Battlefront e una slot machine. E il vero problema è che a Battlefront (o a FIFA, Overwatch, Clash of Clans, ecc.) può giocare anche un bambino, esposto a tutti i rischi di uno spacchettamento compulsivo.

Quali sono le ripercussioni di questa decisione? Per noi italiani nessuna, al momento, ma le autorità del Belgio inizieranno una procedura per portare la questione di fronte all’Unione Europea.

Se i videogiochi multiplayer competitivi diventassero gioco d’azzardo in tutto il continente, forse potrebbe essere l’inizio di una nuova era.

Luca Negro

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