Ferdinando Imposimato

Il 2018 inizia con una perdita importante e dolorosa, la morte di Ferdinando Imposimato, un uomo che ha speso la sua vita al servizio della giustizia e dei diritti e che si era occupato di alcuni dei casi più drammatici della storia contemporanea d’Italia.

Magistrato dal 1964, istruì il processo per il sequestro di Aldo Moro, una storia ancora misteriosa ed irrisolta in cui il giudice vide l’ombra del KGB in anni cui il terrorismo politico rosso e nero insanguinava lo stivale.

Nella sua carriera in magistratura si occupò spesso di criminalità organizzata lavorando seriamente e correttamente, un giudice con la schiena dritta e proprio a causa di questa sua rettitudine per il fratello Franco nel 1983, vittima di una vendetta trasversale, la Camorra lo uccise mentre era in macchina con la moglie.
Dopo la morte del fratello, il giudice Imposimato venne ricevuto dall’allora presidente Sandro Pertini che gli espresse la sua solidarietà in quanto Presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.
Anche il processo a Michele Sindona, banchiere italiano legato a Cosa Nostra, per il crack della sua banca finanziaria italiana e americana, la Franklin Bank , venne istruito da Imposimato; così come quello alla Banda della Magliana, al terrorismo ed altri importanti processi svoltisi fino alla metà degli anni ’80.

Nel 1986, in seguito alle continue minacce di Cosa Nostra, lascia la magistratura ed entra in politica come indipendente di sinistra nel PCI prima e nelle sue diverse declinazioni poi.
Per tutta la sua carriera politica è membro della Commissione Parlamentare Antimafia presentando disegni di legge in materia di lotta alla criminalità organizzata e alle sue molteplici attività illegali e paralegali.

Per conto dell’ONU si recò spesso in Sud America per aiutare i giudici impegnati nella lotta al narcotraffico e partecipò ad un evento organizzato in Italia con altri giudici come Giancarlo Caselli e Giovanni Falcone. Si profuse per i diritti umani, per il diritto ad un equo processo in America Latina, collaborando con professori latinoamericani e statunitensi.

Nel suo ultimo post su Facebook aveva scritto:

“Un Paese si salva dalla rovina solo se tutti i cittadini vivono in una condizione di dignità.”

Un post che sa di testamento politico, o quantomeno di augurio per quell’Italia che ha difeso, per i cittadini per cui ha indagato, e per cui ha lottato, perdendo affetti e rischiando la sua vita sotto le minacce di chi quella condizione di dignità non rappresenta un diritto universale, ma un favore da elargire in cambio di voti, appalti e lavoro.

Cecilia Marangon

 

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