Perché dovresti conoscere la sigla DIU

Viviamo in un periodo dove conosciamo molto bene la guerra, anche se non vi partecipiamo in prima linea direttamente. Conosciamo le azioni belliche dei principali paesi grazie ai media che ci aggiornano sui loro progressi, in particolare nel Medio Oriente. Assistendo quindi alle informazioni fornite dai media, una domanda sorge spontanea: nella guerra vale davvero tutto?
La sigla DIU, Diritto Internazionale Umanitario, è la risposta.

La guerra ha delle regole. La celebre frase “la guerra è guerra” è solo un costume cinematografico, in realtà essa ha sempre seguito delle norme ben precise. Ma partiamo dal principio, scorporando la sigla DIU:

Diritto: insieme di regole esterne alla morale o alla religione che disciplinano i rapporti sociali.
Internazionale: indica l’appartenenza del diritto umanitario al diritto internazionale pubblico come specie e genere. Le norme internazionali regolano le relazioni tra Stati o, più esattamente, tra membri della comunità internazionale.
Umanitario: tale termine è stato aggiunto alla locuzione generale con l’intento di sottolineare il fine delle norme: tutelare l’umanità in un momento in cui sono andati perduti stabilità e valori.

Le più importanti regole su cui si fonda il DIU – tratte dalle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja, dallo ius in bello tradizionale e dai vari trattati internazionali – secondo il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) sono:

• Né le parti in conflitto né i membri delle loro forze armate hanno un diritto illimitato nella scelta dei metodi e dei mezzi di combattimento. È proibito usare armi o metodi di combattimento che possano causare perdite inutili o sofferenze eccessive.

• Le parti in conflitto devono distinguere in ogni momento tra civili e combattenti in modo da risparmiare la popolazione e i beni civili. Né la popolazione civile nel suo insieme né le singole persone che la compongono possono essere oggetto d’attacco. Gli attacchi devono essere diretti solo contro obiettivi militari.

• Le persone che non prendono, o non possono più prendere, parte alle ostilità hanno diritto al rispetto della propria vita e della propria integrità fisica e mentale. Queste persone devono essere protette e trattate con umanità in qualsiasi circostanza, senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole.

• I combattenti che sono stati catturati e i civili che si trovano sotto l’autorità della parte avversaria hanno diritto al rispetto della loro vita, della loro dignità, dei loro diritti personali e delle loro opinioni (politiche, religiose, ecc.); devono essere protetti contro ogni forma di violenza e di rappresaglia. Hanno diritto a scambiarsi notizie con le proprie famiglie e a ricevere aiuti materiali.

• Tutti devono godere delle garanzie giuridiche fondamentali e nessuno può essere ritenuto responsabile di un atto che non ha commesso. Nessuno può essere sottoposto a torture fisiche o mentali, a punizioni corporali crudeli o degradanti o ad altri trattamenti simili.

In ultima analisi.
Sono numerosi i casi di cronaca dove vengono documentati i danni che i civili devono subire, danni che non sono concordi con l’obiettivo del DIU di evitare le sofferenze inutili e i mali superflui.
Nel perseguire questo scopo, si identificano due principi fondamentali applicabili: il principio di distinzione e il principio di proporzionalità.
Secondo il principio di distinzione è vietato muovere attacchi contro beni civili e i civili stessi. Bisogna pertanto fare distinzione tra combattenti e civili, tra beni immobili di carattere civile e obiettivi militari. Seguendo il principio di proporzionalità invece, l’uso della forza contro obiettivi militari non deve causare perdite civili superiori al vantaggio militare ottenuto. In altre parole, sono vietati mezzi e metodi di combattimento che per la loro natura (Es. bombardamento a tappeto) siano idonei a causare danni collaterali eccessivi rispetto all’effettiva utilità dall’attacco.

E’ importante capire che il DIU non legittima l’uso della forza in guerra ma tenta di regolamentarne le modalità di svolgimento per proteggere coloro che, pur non prendendo parte al combattimento, molte volte restano vittime della crudeltà bellica.

Luca Peluso

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