La Venere di Botticelli, incontro tra arte e poesia

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La Venere dipinta da Botticelli intorno al 1480 colpisce chiunque l’osservi. Il suo sguardo pare trasparente, il suo viso una finestra aperta sull’interiorità. La dea posa gli occhi sullo spazio indefinito e, persa nei suoi pensieri, sboccia sulla superficie della tela come fosse un fiore che spande oltre i limiti del quadro il suo profumo. Si aprono così alla vista dell’osservatore sensibile i giardini inesplorati delle realtà taciute, dei segreti inconfessati che ognuno trattiene in sé. Arte e poesia si incontrano rivelando profondità celate tanto personali quanto sorprendenti.

In questa rappresentazione la Venere è tanto umana da divenire divina. Solo una divinità può guardare all’esterno sconosciuto con questo sguardo autentico, solo una dea consegnerebbe sé stessa in modo così disinvolto ai visi assenti degli spettatori trafelati. Questa la bellezza della Venere rappresentata dall’artista fiorentino: uno sguardo che traduce l’essenza.

Proprio lo sguardo deliberato e consapevole nella Venere appare involontario e mortificato nei comuni mortali.  “Noi tutti siamo nati in catene […] ma lo sguardo libero può condurci alla libertà“, alla possibilità di crescere e maturare i frutti “dell’estate” pur nei limiti imposti dalla natura della realtà. L’arte rappresenta un varco grazie al quale è possibile accedere a spazi interiori ricchi ed inesplorati.

La Venere del Botticelli è calma e rassegnata, getta un primo e malinconico sguardo al mondo. Rilke affermò di aver percepito di fronte a questi occhi una lotta ed aver sentito al contempo una vittoria. Il poeta avvertì che le nostalgie espresse da quella figura trasognante trovavano in lui una continuazione rivelando realtà mai affrontate.

La dea è malinconica perché in “essa si è rivelato il mistero in modo chiaro e luminoso” ma non potrà donare a nessuno la ricchezza di cui è dotata, perché nessuno sarà in grado di cogliere senza fraintendere, ascoltare senza giudicare, assimilare e lasciare maturare i frutti di questa novità senza avere fretta.

Se la verità è molto più preziosa quanto più viene condivisa, allora la dea dovrà godere sola di questa celestiale realtà. Chi si rivolge al dipinto, infatti, preferisce ammirarne la natura divina piuttosto che farsi trasportare dalle sue forme, lasciare che queste germoglino  all’interno del suo essere e fiorire anch’egli come fosse un dio.

Così l’osservatore sensibile, come Rilke, potenzialmente gode dell’occasione di imbattersi nell’ “io che è re e dall’eternità possiede un regno di rose e una ghirlanda d’estate in mezzo alla vita”. L’osservatore moderno, però, non sa abbandonarsi con fiducia all’opera e coglierne la ricchezza, così la profondità e la potenza dell’umano finiscono per esaurirsi “nei propri tesori”.

Chi saprà affrontare in maniera piena e libera questa creatura – così come molte del Botticelli – saprà ritrovare in sé un po’ delle sua sostanza e rientrare dai margini della vita. Come Botticelli nei suoi ritratti “domina il soggetto per tornare, attraverso quello a se stesso”, così lo spettatore sensibile ritrova l’entusiasmo verso una vita che evolve ed avanza sicura senza mai voltarsi. L’appassionato trasporto nasce dalla consapevolezza della meta, dell’ “adempimento comprensivo di tutto”: l’estate.

Come altri mondi lontani maturano fino agli dei io non so. Ma per noi la strada è quella dell’arte”,  quella indicata dagli occhi sognanti della Venere dipinta da Botticelli.

Angela Calderan

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