Forse non tutti sanno che… Vivaldi abita a Torino senza esserci mai stato

Venezia, Mantova, Roma, Vienna, Praga… durante la sua vita Antonio Vivaldi, grande violinista e compositore veneziano del periodo barocco, ha sicuramente avuto modo di viaggiare moltissimo, visitando numerose città sia in Europa che in Italia. Tranne Torino. Eppure, quasi per uno scherzo del destino, è proprio la nostra città – o meglio, la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino – ad ospitare oggi il maggior numero di partiture autografe del Prete Rosso (soprannome attribuitogli dai suoi contemporanei a causa della sua professione e del colore dei capelli). Per capire come tutto ciò sia stato possibile, è bene provare a ricostruire il viaggio affrontato dalle oltre 15.000 pagine del suo archivio musicale dal momento della sua morte, avvenuta a Vienna nel 1741, fino ad oggi.

Il parrucchiere, il senatore e l’abate

Sembra l’inizio di una strana barzelletta ma il viaggio dei manoscritti vivaldiani, rimasti a Venezia anche quando il compositore decise di risiedere definitivamente fuori Italia, cominciò con la loro vendita da parte del fratello Francesco, fabbricante di parrucche, al senatore e grande collezionista veneziano Jacopo Soranzo. Le fonti dell’epoca ci consentono di affermare che già dal 1745 tutti e ventisette i codici del compositore facessero parte della sua immensa raccolta libraria. Raccolta che, dopo la sua morte nel 1761, venne ceduta dai suoi eredi all’abate Matteo Luigi Canonici.

Da Venezia a Genova: una divisione ereditaria piuttosto peculiare

Se la collezione fosse rimasta nelle mani dell’abate probabilmente la sua sorte e collocazione geografica sarebbe stata alquanto diversa… ma pare che già attorno al 1780 questa fosse passata nelle mani del conte Giacomo Durazzo, esponente del patriziato genovese e grande appassionato di musica, che fu ambasciatore a Vienna per conto della Repubblica di Genova prima e a Venezia per conto dell’impero poi. In seguito alla morte del conte nel 1794, l’opera di Vivaldi scivolò tranquillamente da un erede all’altro, trasferendosi così da Venezia alla dimora della famiglia Durazzo a Genova, dove rimase celata e sconosciuta ai più fino al 1893. Dopo quasi un secolo di riposo indisturbato infatti, la biblioteca dell’ambasciatore divenne oggetto di contesa tra i due fratelli Marcello e Flavio Ignazio Durazzo, che pensarono bene di spartirsela in parti uguali, dividendo ogni singola collezione presente – inclusa ovviamente quella del povero Vivaldi – esattamente a metà. Motivo per cui, da questo momento in poi, i suoi manoscritti seguiranno percorsi nettamente distinti.

Pulizie di primavera nelle soffitte del Monferrato e mecenati di passaggio

E il passaggio di una parte dalla Liguria al Piemonte è dovuto proprio a Marcello, trasferitosi dopo il matrimonio a Occimiano, vicino a Casale Monferrato, che nel 1922 pensò bene di donarla con legato testamentario al vicino Collegio Salesiano di Borgo San Martino, dove rimase, dimenticata in alcune casse in soffitta, fino al 1926, quando il rettore, intenzionato a liberare il locale per procedere con i lavori di restauro dell’edificio, decise di farla valutare per metterla eventualmente in vendita. Chiamato a valutare i manoscritti, l’allora direttore della Biblioteca Nazionale di Torino si rese subito conto del loro valore, ma messo di fronte alle scarse disponibilità economiche della biblioteca si vide costretto a cercare qualcuno che accettasse di acquistarli e poi donarli alla biblioteca. Il mecenate in questione fu l’agente di cambio Roberto Foà, ma presto ci si rese conto che i manoscritti donati alla biblioteca costituivano solo una parte della biblioteca musicale durazziana… e dopo qualche anno di indagini gli indizi condussero fino alla residenza genovese del marchese Giuseppe Maria Durazzo, figlio di quel Flavio Ignazio che aveva ereditato la metà mancante della collezione. Il generoso benefattore che rese possibile alla Biblioteca l’acquisizione della parte mancante questa volta fu l’industriale tessile Filippo Giordano, rendendo così di nuovo nota all’Italia e al mondo l’esistenza e l’opera di Vivaldi, dimenticate come molte altre fino al 1930.

A partire dagli anni Trenta ebbe così inizio lo studio intensivo delle opere di questo famosissimo compositore, sopravvissuto all’oblio dei secoli precedenti solo per Le Quattro Stagioni…. unica opera mancante ancora oggi all’appello tra i suoi manoscritti autografi. Ironico, no?

Valentina Guerrera

 

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